1. La fine è il mio inizio

Se il momento migliore della prima stagione di Disincanto era il finale, la seconda raccoglie questa eredità e si sviluppa interamente sulle conseguenze di quelle ultime rivelazioni. Questa scelta comporta che ogni personaggio acquisisca un certo spessore e risulti legato a un obiettivo chiaro e concreto, rendendo la narrazione coesa e appassionante. Bean è costretta ad affrontare una volta per tutte le conseguenze delle sue azioni e, posta brutalmente di fronte al suo destino, si rende conto che è arrivato il momento di agire. La trama orizzontale soltanto abbozzata nella prima stagione trova finalmente una compattezza e una coerenza, peccato che tutto questo valga esclusivamente per le prime due puntate.

2. Missioni principali e missioni secondarie

Come già nella prima stagione, la serie fatica a trovare un’armonia tra l’andamento episodico degli sketch e lo sviluppo orizzontale della trama. Nella seconda stagione questo equilibrio sembra più riuscito, ma i conflitti generati dal precedente season finale vengono risolti troppo presto, senza che ci sia il tempo di rimpiazzarli con altri nuovi e avvincenti. Così le puntate centrali ricorrono nuovamente a trame autoconclusive e momenti comici che si esauriscono nel giro di pochi minuti. A farne le spese è la modalità di fruizione, lontana dalle esigenze del binge-watching a cui è ormai abituato il target di Netflix, e il potenziale drammatico dei personaggi, i quali non trovano lo spazio necessario per esprimersi appieno.

3. Padri, pulzelle e profezie

La principessa riluttante Beanie e il suo scorbutico padre Re Zog si confermano il centro emotivo di Disincanto. Due forze complementari ma contrapposte, divise da opinioni antitetiche sui valori morali eppure unite da un passato doloroso al quale cercano di sopravvivere come possono. E se sono proprio le loro fragilità a dare spessore alle vicende della serie, non si può dire lo stesso dei personaggi di contorno. Elfo e Luci sono ridotti a spalle comiche che esauriscono i loro sterili battibecchi tra loro, spezzando una narrazione in cui non riescono a fondersi coerentemente. Entrambi mancano infatti di quell’aspetto problematico che eleva Zog al di sopra della macchietta stereotipata del re scorbutico e ignorante ma in fondo dolce, così come Beanie è ben lontana dalla principessa delle fiabe ma anche dalla banale adolescente ribelle. Mentre l’elfo e il diavolo sono rimasti uguali a loro stessi, infatti, Bean ha cominciato a maturare, rinunciando all’alcool per assumersi le proprie responsabilità e rimediare agli errori del passato. L’evoluzione della protagonista, però, non include questa volta le istanze femministe, fresche e dirompenti nella prima stazione: i tentativi di operare una critica sociale vengono soffocati da situazioni fin troppo esplicite (l’ambiente culturale di Dreamland che preferisce un maiale a una scrittrice) e da una sceneggiatura che insiste su questi momenti in modo didascalico.

4. Fuori dalla mappa

Netflix ha sempre venduto Disincanto come il debutto di Matt Groening nel fantasy, e tutti si aspettavano che avrebbe riletto in modo caustico e irriverente gli stilemi del genere. Ma non è stato così: la serie ha sempre puntato su un medioevo fiabesco (basta guardare alla caratterizzazione delle creature non-umane, più vicine all’immaginario Disney che all’antropologia tolkieniana), lasciando da parte eroi, elfi e nani. Forse è per questo che la seconda stagione vira su terreni più congeniali a Groening, come la satira religiosa già vista ne I Simpson o uno steampunk chiaramente ispirato a Futurama. Ma si tratta solo di brevi parentesi, e quando si torna a mostri e castelli le puntate sembrano sgonfiarsi per tornare in una triste mediocrità.

5. Attacco a sorpresa

Il paradosso di Disincanto è quello di essere una serie comica che dà il proprio meglio nei momenti più drammatici. In ogni puntata c’è sempre un piccolo indizio nascosto, un particolare apparentemente casuale che rilancia la narrazione e cambia i rapporti tra i personaggi quando meno te lo aspetti. Se Disincanto si appoggia molto spesso a cliché triti e ritriti quando si tratta di far ridere, è molto più spregiudicata quando si tratta di colpire i personaggi e scuotere le loro certezze, per rilanciare continuamente la serie anche al di là dei suoi stessi difetti.

Francesco Cirica