Voto

4

Negli U.S.A., anche grazie a Old Town Road di Lil Nas X, il country sta vivendo una seconda giovinezza. Nell’ultimo anno infatti il rapper della Georgia ha contribuito ad ampliarne la visibilità grazie ad un mix vincente di rap, pop e country che gli è valso sei nomination ai Grammy Awards. Numeri importanti, ma non rilevanti quanto il riscontro del pubblico americano ed europeo, che ha riscoperto un immaginario da tempo associato soltanto a una nicchia di appassionati. Diplo prova a cavalcare l’onda di questo successo con il suo secondo album in studio Diplo Presents Thomas Wesley, Chapter 1: Snake Oil , ma con risultati inquietanti.

Dodici tracce che somigliano più a meme poco riusciti che a brani completi. Lonely in collaborazione con i Jonas Brothers e On Mine insieme a Noah Cyrus sono solo due esempi della genericità del sound di Chapter 1: Snake Oil: EDM e pop intrisi di autotune che avrebbero sfigurato persino in Changes di Justin Bieber. Dance With Me è un pasticcio dancehall che fa da sottofondo al cantato poco ispirato di Thomas Rhett. La comparsata di Young Thug non salva un brano che nemmeno nell’estate più deprimente diventerebbe una hit. Quando l’approccio vira verso sonorità acustiche il risultato è anche peggiore: Do Si Do è un insieme di stereotipi stilistici lungo – fortunatamente – poco più di due minuti, mentre Hometown insieme a Zac Brown e Danielle Bradberry non troverebbe spazio nemmeno tra le b-side dei primi album di Taylor Swift.

La commistione di generi poco affini tra loro rende Diplo Presents Thomas Wesley, Chapter 1: Snake Oil il progetto meno riuscito di Diplo, che nell’ultimo decennio ha fatto della sagacia la sua arma vincente riscuotendo ottimi risultati grazie alle collaborazioni con Skrillex, Mark Ronson e molti altri producer che si sono imposti nel music business.

Christopher Lobraico