Voto

7

Durante gli ultimi due decenni Michel Ocelot ha viaggiato molto. L’Africa occidentale (Kirikou), il Giappone e l’Egitto (Principi e principesse), l’Europa medievale (Azur e Asmar), le Indie occidentali e il Tibet (Les contes de la nuit) lo hanno portato a scoprire il mondo e le sue diverse culture. Ma ora è tempo di tornare nella sua amata Parigi, non senza un tocco di nostalgia di quei primi anni del ‘900 in cui la città ha stimolato la creatività di artisti, inventori e ricercatori.

È proprio qui, nel cuore della Belle Époque, che Michel Ocelot ha scelto di addentrarsi per trarre la storia del suo settimo lungometraggio d’animazione. Dilili, una ragazza nata in Nuova Caledonia che ora vive a Parigi, sogna di conoscerne ogni angolo di Parigi e lo farà grazie a un giovane fattorino, Orel. Inizia così una passeggiata attraverso il Giardini delle Tuileries, le periferie, i Grand Boulevard e le strade di Montmartre, dove regna ovunque un’effervescenza comunicativa che emoziona Dilili. Tutto sembra andare bene, ma c’è qualcosa che stona: ci sono solo persone bianche e, come dimostra la sequenza di apertura del film, il razzismo è parecchio diffuso, tanto che i neri sono esposti al pubblico nel contesto dei musei antropologici come dei fenomeni da baraccone.

Una situazione fastidiosa per Ocelot, che decide di trascendere le distanze culturali per unirle nella loro diversità, infrangendo le barriere tra le classi sociali: così un adolescente delle classi popolari stringe una sincera amicizia con una ragazzina nera, nasce una complicità tra Dilili e la cantante Emma Calvé, gli uomini pieni di pregiudizi finiscono per rivedere le proprie convinzioni nei confronti delle persone nere come Leboeuf, l’autista di Emma Calvé. Ma Orel rimane ben ancorato alle brutture della realtà, trasfigurate nel film in una storia oscura che prende forma nelle viscere di Parigi: alcune ragazze sono state rapite da i “Maschi Maestri”, una banda di suprematisti maschilisti. Vittima quotidiana del razzismo, Dilili non supporta le ingiustizie e decide così di indagare. Avrà dalla sua anche il supporto delle più più grandi celebrità del XX secolo: Toulouse-Lautrec, Marcel Proust, Gustave Eiffel, Monet, Picasso, Louis Pasteur, Erik Satie e in particolare Marie Curie, Louise Michel, Colette, Sarah Bernard; tutti, a modo loro, agiscono in favore dell’emancipazione e della liberazione delle donne.

Dilili a Parigi reitera i valori che Michel Ocelot sostiene in tutti i suoi film: Kirikou e la strega Karabà (1998) parlava delle devastanti conseguenze di una violenza sessuale, mentre Azur e Asmar (2007) di intolleranza, sempre in modo raffinato e sottile. Questa volta, però, il regista non esita a colpire in modo diretto il suo obiettivo e prestare il fianco alla critica; si pensi all’abbigliamento delle ragazze imprigionate, che può evocare il niqab. Il risultato è un film forte e importante, apertamente schierato nella difesa dei diritti civili, ma a discapito di quella sottigliezza che tanto ci ha fatto amare i suoi film precedenti.

Anna Bertoli