1. Il mondo post-2008

Tratta dall’omonimo romanzo di Guido Maria Brera, la serie Sky Atlantic Diavoli, con il duo Alessandro Borghi e Patrick Dempsey, cavalca l’onda degli spunti narrativi scaturiti dalla crisi economica del 2008 e che ne ha indagato i retroscena , facendo evolvere questi spunti narrativi in un vero e proprio genere: il thriller finanziario contemporaneo, in bilico etica e morale. In questo senso, Diavoli ne acquisisce gli stilemi, con un trama che insiste su quanto gli equilibri finanziati determinino ogni aspetto della nostra quotidianità, anche se ne siamo ignari, e quanto siano quasi totalmente privi di etica. Diavoli si mantiene in questo labile equilibrio tra attrazione e repulsione, senza sbilanciarsi mai, riuscendo a introdurre lo spettatore in un contesto che, in realtà, si ostina a ignorare. 

2. Comfort zone

Il team di sceneggiatori con cui Brera ha scritto la serie ha è riuscita a trovare il giusto modo per dosare gli elementi tipici del thriller finanziario. Tralasciando qualche buco narrativo, la serie non si autoconclude nella (pure) mirabolante serie di doppie e triple trame che fomentano il ritmo incessante del montaggio, volto a un’estrema compressione del tempo per sottolineare – e incrementare – lo stress della narrazione e l’immedesimazione dello spettatore. Per questo, affianco agli stilemi del thriller puro, si inseriscono quelli dei generi spy e crime e una discreta introspezione psicologica dei personaggi (anche di quelli secondari, come Nina Morgan/Kasia Smutniak). In questo modo Diavoli crea un universo tridimensionale in lo spettatore riesca a inserirsi anche in mancanza di conoscenze tecniche del settore.

3. Narrazione corale

Diavoli, forte della sua impalcatura tragica e stratificata su più livelli narrativi, non è incentrata esclusivamente al duo Borghi-Depsey ma si sviluppa secondo una struttura corale che ingloba e fa interagire aspetti e temi differenti dell’ambiente finanziario. Questo impianto narrativo orizzontale permette alla serie di non scadere mai nella lezione “accademica” – come nel caso de La grande scommessa -, miscelando sapientemente intrattenimento e divulgazione.

4. La dolce metà

Il duo Borghi-Dempsey funziona e non funziona. Diavoli brilla nelle sequenza in cui si affida a Borghi, estremamente centrato in questo ruolo e consapevole del suo ruolo narrativo. Dempsey, invece, è forse la nota più dolente di Diavoli: l’attore americano resta impantanato nell’immagine della sua stessa carriera (il dottor Stranamore di Grey’s Anatomy), non riuscendo a risultare credibile vestendo quella rabbia agonistica e famelica da cui il suo personaggio è (o dovrebbe essere) animato. 

5. Esperimento riuscito

Ancor più nel finale di stagione (è già stata annunciata una seconda stagione), Diavoli si dimostra essere un riuscito esperimento di scrittura seriale Italia, in cui i tre elementi del nostro presente – società, politica ed economia – si fondono in modo coerente. Diavoli, pur tracciando una rotta narrativa già vista, riesce per molti aspetti a definirne nuove cifre stilistiche e nuovi possibili scenari per la serialità italiana. 

Davide Spinelli