Voto

7.5

Un opale prezioso viene ritrovato all’interno di una miniera etiope. La macchina da presa si avvicina al cristallo, ne penetra lo spazio molecolare, attraversa una nebulosa di forme e colori per sfociare nei tessuti interni del tratto digerente di Haward Ratner, un venditore di gioielli del Diamond District di New York che si sta sottoponendo a una colonscopia per un rischio tumorale. Materia, flusso, immagine. Diamanti grezzi, per la regia di Josh e Benny Safdie, inizia così: come uno space trip da videogioco anni ‘80 – estetica cara ai registi già dal precedente Good Time (2017) -, enfatizzato dalla colonna sonora synthwave di Oneohtrix Point Nevelar. La narrazione si impianta come un chip elettronico nel corpo del suo protagonista, adottandone la visione nevrotica e accompagnandolo tra i claustrofobici interni al neon e le caotiche strade della Grande Mela, in un vertiginoso viaggio senza sosta.

Chi è Haward Ratner? Un ebreo fuori di testa? Un imbecille? La persona più fastidiosa del mondo? È tutte queste cose, e nelle vesti di Adam Sandler, quindi elevate al quadrato. Facendo leva sulla sua fama di star più odiata di Hollywood, il film ne assimila l’immagine controversa. Giacca di pelle ed espressione inebetita da un falso sorrisetto a metà, sempre in bilico tra creditori, scommesse sportive, famiglia e amante, Haward è un uomo in divenire. Vive e si nutre di tempi troncati, alla disperata ricerca del brivido tra il rischio di perdere tutto e la conclusione di un nuovo affare. Il montaggio veloce e l’uso concitato della macchina a mano, retaggio della carriera documententaristica dei registi, costruiscono la tensione, giocando con le aspettative dello spettatore fino al colpo di scena finale.

I fratelli Safdie utilizzano il cinema come uno scalpello, scomponendo la realtà nei suoi tic quotidiani, frazionandola fino all’osso per mostrare l’essenza di un mondo cavo: istantaneo, incoerente, schizofrenico.

Angela Santomassimo