Voto

6

A quattro anni dall’ultimo album di inediti, Un paese ci vuole, Antonio Di Martino torna a stupire. Tra le penne più raffinate del panorama cantautoriale italiano, il musicista siciliano si è sempre mantenuto indipendente e poco incline ai compromessi, eppure il suo spazio se l’è ritagliato eccome, nonostante le ostiche oscillazioni della sua vocalità e i testi non sempre di facile lettura. Questa volta il tema centrale dell’album è la bellezza, incarnata dalla Dea Afrodite, per ammonire l’ascoltatore a non perdere di vista un valore che oggi sembra un po’ a rischio d’estinzione.

Il disco, prodotto da Matteo Cantaluppi (già al lavoro con Thegiornalisti ed Ex Otago), abbraccia sonorità molto più vicine al pop rispetto ai lavori precedenti del cantautore: bassi e batterie sempre in prima linea generano brani ricchissimi di groove, rivelando una produzione molto presente, al limite dell’invadenza. Palermo, croce e delizia dell’autore, è presentissima nelle storie di Afrodite, che nascono da racconti di vita quotidiana (“Siamo due personaggi in cerca d’amore/Viviamo il dramma di una vita normale”, Due Personaggi). Ma Cuoreintero è il vero manifesto del disco, sia per l’arrangiamento che per il testo: ariosi synth anni Ottanta, lanci di groove alla Cremonini di Logico e un testo molto più asciutto e diretto, meno verboso.

Il disco passa velocemente nei suoi trentasette minuti: tra punte di lirismo più intimo come Feste Comandate, dedicata alla nascita del suo primo figlio, e brani più attenti all’attualità come Pesce d’Aprile, Afrodite è un album che dietro la patina sonora moderna nasconde piccole perle di cantautorato che sarebbe bene non perdersi.

Pasquale Dipace