A un anno dal suo ultimo disco Deluderti Letizia Cesarini, in arte Maria Antonietta, ci regala una sorpresa pubblicando il suo primo libro Sette ragazze imperdonabili – uscito lo scorso marzo per Rizzoli – composto da poesie, racconti e collage dedicati alle sue muse e maestre. Un omaggio a delle figure femminili forti anche nelle loro debolezze che con le loro storie, il loro pensiero e la loro scrittura hanno ispirato e guidato la cantautrice nel suo percorso artistico e personale. Sono Emily Dickinson, Antonia Pozzi, Giovanna D’Arco, Cristina Campo, Sylvia Plath, Etty Hillesum e Marina Cvetaeva. Volevamo saperne di più: ecco qui la nostra bellissima chiacchierata con (e su) Maria Antonietta.

Come e quando nasce questo libro?
Ho sempre avuto il sogno e l’idea di scrivere un libro, soprattutto di poesie, ma la cosa ha iniziato a concretizzarsi parallelamente alla scrittura di Deluderti o poco dopo: avevo accumulato un po’ di poesie che avevo scritto negli anni, così ho pensato che fosse arrivato il momento di sdebitarmi nei confronti di una serie di figure di riferimento che ho avuto negli anni, omaggiando le “sorelle maggiori” che mi hanno consigliata così spesso nel corso del tempo. Il libro è nato come un libro di devozione: mi piace molto definirlo così perché ne racchiude il senso. L’dea di scrivere il libro concretamente è affiancata da uno slancio di condivisione con il lettore di queste figure, che non sono state proprio delle figure pop.

Parli di devozione che è un bel sentimento specialmente all’interno del mondo artistico, anche se è una parola che in un certo senso marca anche una distanza, un distacco. In realtà nella prefazione del libro chiami queste donne solo per nome e, come dicevi anche prima, sono delle sorelle maggiori per te. Che cosa di queste donne lascia filtrare di più la tua voce?
Quello che noti è molto giusto rispetto alla parola devozione. Effettivamente è una parola che marca una distanza che viene sconfessata dal fatto che le chiamo per nome di battesimo o le percepisco come delle sorelle, ma anche dal fatto che all’interno dei racconti non c’è mai una celebrazione di una serie di eroine totalmente prive di difetti, paure o dubbi. Al contrario, sono tutte ragazze che si mettono molto in discussione e stanno anche male per questo. Non si tratta semplicemente di descrivere dei modelli: ho voluto ancora di più cercare di descrivere dei frammenti di vita di ragazze “imperdonabili”, che è la caratteristica che me le ha fatte percepire come figure di riferimento importanti, che mi spronassero a essere anche io un po’ imperdonabile. L’imperdonabilità che le accomuna tutte è data dal non aver mai operato troppi sconti, nei confronti di loro stesse e neppure in quelli degli altri. È questo che le ha fatte apparire scomode, destabilizzanti, antipatiche e radicali.

Emily Dickinson, Antonia Pozzi, Giovanna D’Arco, Cristina Campo, Sylvia Plath, Etty Hillesum e Marina Cvetaeva sono tutte donne che hanno vissuto delle vite molto difficili. Rimanere fedeli alla propria complessità è faticoso, è da coraggiosi. Comporta una certa dose di sofferenza e anche di solitudine. Ti sei mai identificata anche nel lato oscuro che comporta rendere giustizia alla propria natura?
Sì, decisamente e anche molto spesso. Come dici tu è da coraggiosi e costa molta fatica. Io sono molto diffidente e trovo insopportabile la classica retorica del “sii te stesso sempre e andrà tutto bene”. Il “sii te stesso” va benissimo, posto che prima tu debba capire chi sei (e già questo è difficilissimo) e poi una volta che lo hai capito e lo hai accettato, essere fedeli a sé stessi e alla propria natura è faticosissimo e ti porta nella vita anche a compiere un sacco di scelte che non sono esattamente quelle più razionali che tu possa fare o le più convenienti, le più remunerative o altro. Però in fondo è l’unico modo per diventare grandi e adulti, nel senso più bello del termine.

Nei tuoi dischi e nell’ultimo in particolare, ho sempre trovato uno spirito di ribellione e una grande fermezza contro la tendenza frequente a semplificarci in favore di amore e approvazione altrui. Lo dicono forte e chiaro tuoi brani come l’omonimo del disco, Deluderti, ma anche Oceano e Pesci. C’è una connessione effettiva tra Deluderti e Sette ragazze imperdonabili?
Sì, sono nati più o meno nello stesso periodo e avevo molto a cuore il fulcro del disco che è la delusione e il suo contraltare, l’aspettativa. Ruota tutto intorno a questa volontà di emanciparsi e mettersi al riparo dalle aspettative, di trovare la forza, il coraggio e anche un po’ di spavalderia per rendere giustizia a se stessi anche riuscendo a deludere una serie di idee che gli altri si fanno sul tuo conto, e che, molto spesso, non hanno niente a che fare con chi sei tu realmente. Il disco e il libro sono complementari, uno risponde all’altro: forse il libro serviva proprio per chiudere e completare questo discorso.

Hai delle eroine e delle sorelle maggiori anche nel mondo della musica?
Sì! La primissima, quella a cui ho guardato e che mi ha fatto infiammare facendomi dire che anche io avrei voluto scrivere canzoni e fare musica è stata Courtney Love. Lei è stata la mia sorella maggiore musicale, poi sicuramente anche PJ Harvey e Patti Smith: direi che il trittico è questo.

Bellissimi riferimenti. Tra l’altro Patti Smith ha da sempre un rapporto molto forte con la poesia e con la letteratura…
È vero! Infatti il primo poeta che ho amato è stato Rimbaud: facevo la terza media, da lui è iniziato il mio amore per la poesia. Quando avevo qualche anno in più e ho cominciato ad appassionarmi anche alla musica di Patti Smith ho scoperto che nel libretto di un suo disco – Easter – erano state inserite delle foto originali del poeta con il fratello Frédéric, alla prima comunione. Per me è stato molto bello scoprire come anche lei fosse devotissima a Rimbaud e quanto fosse una sua grande fan.

Luca Zizioli

Tutto il tuo universo da cantautrice affonda le radici proprio nella passione che hai sempre avuto per la poesia e la letteratura. Ma da autrice, cambia qualcosa tra la Maria Antonietta che scrive poesie e quella che scrive canzoni?
A parte, ovviamente, la diversità delle due forme di scrittura e delle diverse regole, no. Non c’è nessuna differenza.

Sette ragazze imperdonabili ha la struttura dei Libri d’Ore medievali, espressione editoriale tra le più raffinate del Medioevo. Una scelta stupenda secondo me, perché riscatta un periodo storico definito buio per molte e ragionevoli ragioni che hanno finito per mettere in ombra anche tanti altri aspetti che hanno portato grande luce fino alla modernità. Mi riferisco soprattutto al mondo letterario. Che cos’altro ti affascina di questo periodo e quando ha iniziato a interessarti al punto da trarne ispirazione?
Forse la ragione per la quale sono diventata così appassionata di Medioevo è il fatto che mio padre dipinge icone sacre medievali, quindi da quando ero molto piccola sono sempre stata trascinata in chiese, abbazie, monasteri, musei diocesani. Sono stata bombardata di Medioevo da quando sono nata! Poi, crescendo, mi ci sono appassionata anche da sola, perché effettivamente è un periodo molto vivo, molto vivace, molto più di quanto si pensi. Anche lui, secondo me, soffre di un pregiudizio e di una grande semplificazione: in qualche modo finisco sempre per fare la paladina delle minoranze o di chi viene frainteso!

Mi sembra che l’“imperdonabilità” sia un concetto chiave anche del tuo percorso discografico: sei passata da generi tangenti ma molto diversi fra loro con una certa nonchalance. Quanto e in che modo ti ha influenzata l’aspettativa del tuo pubblico?
Devo dire che durante il mio percorso non c’è mai stata una strategia extra-artistica: ho sempre fatto dischi diversi l’uno dall’altro assecondando anche mie curiosità attraverso la sperimentazione di cose differenti. Non ho mai voluto rimanere fossilizzata in una cosa solo perché è stata compresa, anche se da un certo punto di vista potrebbe anche rivelarsi un atteggiamento controproducente. Non è la ricerca di compiacere un’aspettativa che mi guida nelle cose, mai.

Nei tuoi dischi, in questo libro e nel tuo stesso nome d’arte è quasi inevitabile percepire la voglia di riscattare il mondo femminile con un’intelligenza e una grazia estranee al femminismo da slogan con il quale facciamo i conti tutti i giorni. Quanto femminismo c’è nella tua penna?
Ce n’è abbastanza. Io sono sempre stata molto curiosa rispetto a tutta una serie di figure di donne che hanno fatto, scritto, detto; che si sono schierate e che hanno cercato anche di destabilizzare la realtà. È proprio una curiosità che mi è servita per costruire anche la mia identità e per comprendermi meglio. In quello che scrivo e in quelli che sono i miei interessi sicuramente si trova la volontà di dare spazio e respiro a discorsi e pensieri che sono stati detti e fatti da donne con un’ottica di rivendicazione e di riscatto. Ma è la voglia di un riscatto assolutamente positivo che non ho mai sentito come una lotta che deve atterrare un nemico o come una bandiera con la quale sventolare la superiorità intellettuale o morale femminile. Il mio è un prendere atto di come sicuramente per molti secoli spesso la voce delle femmine sia stata relegata a degli spazi molto marginali – un passato che vedo come un dialogo nel quale per molto tempo è stato possibile ascoltare la voce di uno solo dei due interlocutori. Con questo libro ho voluto soddisfare ulteriormente la mia curiosità di scoprire anche delle storie che sono sempre state un po’ relegate o taciute – oltre che dei modi di pensare e di scrivere straordinari – e farle scoprire, condividerle con altri. Quindi sì, in quest’ottica c’è del femminismo. Ma non c’è una polarità tra chi ha ragione e chi ha torto, tra chi è buono e chi è malvagio. Il femminismo per essere valido deve essere uno slancio alla comprensione, altrimenti risulta urticante e rischia di cadere nelle stesse dinamiche e negli stessi stereotipi che cerca di combattere: io voglio essere compresa e voglio comprenderti per andare insieme da qualche parte.

Che cosa stai ascoltando in questo periodo?
Ti svelo i due dischi che ho ascoltato in macchina questa mattina facendo un’ora di strada. Il primo è Highway 61 Revisited di Bob Dylan, pioveva tantissimo sulla statale e non ascoltavo da tantissimo questo disco. Mi era venuta voglia di riascoltarlo. Il secondo disco di questa mattina è stato l’ultimo (e anche il primo) di Billie Eilish, mi è piaciuto molto, bellissimi anche i testi.

Chiudiamo l’intervista con una canzone?
Un pezzo dell’ultimo disco di Anna Calvi, As a Man.

Valeria Bruzzi