Voto

8

Jacques Audiard sceglie di posare la sua emozionante ma mai smielata – Muccino, ci ricevi? – macchina da presa sulla guerra civile in Sri Lanka, raccontata tramite la fuga di una famiglia creata a tavolino. La speranza di un lieto fine viene continuamente disillusa da una tensione sotterranea sempre presente, anche e soprattutto nei momenti di più serena quotidianità.

L’iter di integrazione di questa finta famiglia nella cultura francese viene descritto con grande introspezione ma senza alcun patetismo, e non può non colpire la sensibilità di ogni spettatore. Più disposto a cedere al compromesso rispetto all’antipatica non-moglie Yalini, Dheepan si dà subito da fare e si prende cura della non-figlia con una tenerezza inaspettata: finisce per credere alla finzione come unica scelta – anzi, non-scelta. E quando la banlieue parigina rivela la sua crudeltà, non esita a tirare fuori la tigre Tamil che c’è in lui per difendere ciò che ha di più caro: quella che è, ormai, la sua nuova famiglia. Si crea così un legame fortissimo, di un’intensità che molti matrimoni “normali” non potrebbero mai raggiungere, reso ancor più credibile da una recitazione forse un po’ sottotono, ma coerente.

Una regia tecnicamente pulita, che ha il grande pregio di non soffermarsi mai se non è necessario e di elidere ciò che è ovvio: la forza evocativa dei gesti, degli sguardi e delle immagini viene da Audiard abilmente sfruttata – stesso pregio del vincitore di Venezia –, come solo i grandi cineasti sanno fare.

Benedetta Pini