Voto

8

Nella semplicità della musica hip-hop anni Ottanta, nei layer di sintetizzatori e nel recupero di uno stralunato e delirante songwriting, il musicista Dan Bejar ha trovato l’ispirazione per il suo dodicesimo album in studio. Negli onirici ambienti sonori costruiti in Have We Met trovano spazio melodie efficaci ed evocative, un cantato senza filtri attraverso il quale Bejar dà voce al suo stream of consciousness: il risultato è un disco coinvolgente e dinamico, ever-changing come tutta la carriera del cantante canadese.

“Just look at the world around you. Actually no, don’t look” è l’esordio contraddittorio di The Raven, e ben rappresenta la cifra stilistica dell’album: Bejar predilige un approccio spontaneo, una forma di flusso di coscienza entro cui abbondano associazioni audaci, frasi no sense e sentenze criptiche. Il singolo Crimson Tide rivela l’anima anni Ottanta del disco nelle ritmiche elettroniche e negli ampi suoni di synth, e lo stesso accade con le sonorità dance di It Just Doesn’t Happen e di Cue Synthesizer. In The Television Music Supervisor prende spazio un’ironica critica sull’industria della musica, mentre è completamente strumentale la traccia omonima Have We Met, il tutto prima che il distorto racconto di foolssong chiuda i conti con le movenze da ballata atipica.

Insieme alle grandiose produzioni e alla collaborazione di John Collins, Have We Met mostra potenza evocativa proprio nella sua cifra contraddittoria e nella distorsione lirica di Bejar. “I walked into the room and was made sick by the room” canta negli ultimi momenti del disco, prima che le voci angeliche si trasformino in un loop alienante: sintetica descrizione di un lavoro ottimo per la fattura e per la portata concettuale.

Riccardo Colombo