Voto

7

Quando vanti tredici album in studio, milioni di dischi venduti e la fama di essere la massima espressione di un genere – il synth-pop britannico –, sfornare nuove produzioni degne del tuo nome non è proprio un passeggiata. Spirit ha il pregio di non indugiare sugli allori e di ricercare, piuttosto, nuovi approdi, sia stilistici sia contenutistici, senza dimenticare le sue stesse radici. Affidato al produttore James Ford – già collaboratore di Arctic Monkeys e Mumford & Sons, per citarne alcuni –, il “restauro” del sound per questo disco predilige il versante più rock della band; basti citare la tastiera di Going Backwards, pezzo di apertura, o le chitarre alla Arctic Monkeys di Poison Heart.

Sul versante elettronico i Depeche Mode si dimostrano ancora in grado di sfornare ottime soluzioni, come i synth incalzanti e nervosi di Cover Me (uno dei pezzi meglio riusciti della tracklist) o le sonorità prese in prestito dall’industrial e dall’ampissima (non)scuola del krautrock, influenze che hanno caratterizzato il sound cupo della band fin da Construction Time Again (1983).

I testi rappresentano tuttavia la vera chiave di volta del disco: Spirit punta all’impegno politico-sociale – anche se la stessa band ha dichiarato che non si tratta di un album politico –, con invettive sul mondo odierno (in Where’s The Revolution David Gahan canta “Your rights abused, your views refused, they manipulate and threaten, with terror as a weapon”) e qualche banalità di troppo. Così anche i Depeche Mode, che non si erano mai buttati tanto marcatamente nel calderone dell’attualità, cedono alla tendenza della musica più recente di raccontare l’odierno (un esempio, fra i tanti del 2016, è l’attivismo di Peace Trial di Neil Young) e lo smarrimento dell’uomo contemporaneo, lasciando l’ascoltatore con un’amara risposta: “It’s futile to even start hoping that justice will prevail that truth will tip the scales, our dignity has sailed. Oh, we’ve failed”.

Gaia Ponzoni