Voto

5

Avevamo lasciato Giuseppe Peveri quattro anni fa, dopo un album (Canzoni per metà) non propriamente centrato e un libro, al contrario, che sembrava avesse ancora qualcosa da dire. Ma il lungo silenzio non ha fatto bene al cantautore di Fidenza: Dente si perde completamente in undici tracce che cadono nell’oblio già durante l’ascolto.

Dente rimane uno dei cantautori più talentuosi nella scena italiana, ma a non tornare è il suo nuovo modo di approcciarsi alla produzione. Con quest’ultimo disco, infatti, l’artista sembra essersi avvicinato a un itpop da ossessione radiofonica, perdendo l’autenticità della propria espressione autoriale. Se il suono è diventato più corposo rispetto all’approccio lo-fi del passato, mancano però soluzioni ricercate e originali, perse in una iper-produzione easy listening plastificata, confezionata in una classica, forse troppo classica, struttura inciso-ritornello (Sarà la musica, in questo caso, ne è l’esempio).

Le liriche, per la prima volta e inaspettatamente, risultano prive di interesse lessicale, e sembra essersi perso completamente anche il gusto dell’autore per i giochi di parole e i simbolismi, a favore di una scrittura di testi telefonati e privi di qualsiasi brio. Quel famoso assunto di Warhol sulla celebrità non perde di efficacia neanche nei nostri anni ‘20, e Dente sembrerebbe esserne proprio una vittima.

Gabriel Carlevale