Voto

8

L’avvento sul mercato della Portapack, la prima telecamera portatile realizzata dalla Sony nel 1967, è considerata da molti una vera e propria rivoluzione mediale: device a tracolla collegato con un registratore a bobine e alimentato da batteria autonoma è agile ed economico, può scendere in strada, parlare a tutti e farsi portavoce di un nuovo tipo di comunicazione, in opposizione all’egemonia televisiva. Negli Stati Uniti e qualche anno più tardi anche in Europa, la Portapack diventa il simbolo dell’attivismo e della sperimentazione artistica di una nuova generazione di artisti, militanti e intellettuali, e le sue immagini in bianco e nero plasmano le testimonianze della nuova società post ’68. È proprio l’acquisto di una Portapack che consente alla regista svizzera Carole Roussopoulos di intraprendere il proprio pionieristico percorso artistico rivolto all’esplorazione della rappresentazione femminile nella Francia degli anni ’70.

Nel documentario Delphine et Carole, insoumuses (2019), disponibile gratuitamente su ARTE IN ITALIANO, la nipote di Roussopoulos Callisto McNulty rende omaggio al lavoro della nonna e, in particolare, alla collaborazione di quest’ultima con l’attrice Delphine Seyrig, uno dei volti più noti della Nouvelle Vague. Si tratta di una raccolta d’archivio che documenta l’evoluzione della lotta femminista e il sorgere del Mouvement de libération des femmes (MLF) a partire dalla rappresentazione della donna e dalle immagini femminili così come sono restituite dalla televisione e dal cinema, di cui Delphine è portavoce d’eccezione.

Carole e Delphine insieme si appropriano del nuovo strumento video rivendicandolo (“Gli uomini ancora non lo hanno colonizzato” afferma la svizzera) e realizzano insieme documentari destinati a lasciare il segno sull’opinione pubblica francese, affrontando senza paura temi caldissimi come, tra gli altri, l’aborto, con la ripresa di un aborto illegale a casa di Delphine (Y’a qu’à pas baiser, 1973) e la partecipazione al dibattuto Manifesto delle 343 donne, la prostituzione (Les Prostituées de Lyon parlent, 1975) e la misoginia imperante a Hollywood (Sois belle et tais-toi, 1981).

Quest’ultimo documentario, in particolare, realizzato da Carole e Delphine in missione oltreoceano, non solo sorprende per l’incredibile attualità – sebbene sia avvilente che ci siano voluti altri 40 anni perché la questione tornasse argomento di discussione –, ma svela il senso più profondo dell’operazione delle due: dando voce a Jane Fonda, Maria Schneider, Cindy Williams, Ellen Burstyn etc., ne riprendono i volti in primo piano e a camera fissa perché, sostiene Delphine, “quando filmano il Presidente della Repubblica scelgono l’inquadratura affinché sia il più efficace possibile, perché il messaggio passi”. Proprio nella possibilità di comunicare, infatti, risiede per loro il senso del femminismo: nella possibilità delle donne di rivolgersi direttamente ad altre donne, di appropriarsi finalmente di strumenti e di piattaforme attraverso cui diffondere il proprio messaggio. Che si tratti di spazi televisivi, come quelli di cui Delphine dispone grazie alla propria notorietà, o cinematografici, da qui la promozione di film scritti e diretti da donne, ciò che conta è guadagnare terreno nel “visbile”, facendo arretrare poco a poco quella prospettiva maschile per troppo tempo ritenuta l’unica possibile.

Giorgia Maestri