1. 2012

Delhi a Dicembre diventa l’inferno. La temperatura cala drasticamente e l’inquinamento è alle stelle: in mezzo alla nube di smog non sai mai cosa ti può capitare. Nel dicembre 2012 la capitale indiana ha mostrato il suo lato più terrificante: i giovani Akash e Deepika vengono aggrediti da un gruppo di malviventi e abbandonati per strada; la ragazza viene brutalmente violentata e ridotta in fin di vita. Fu uno degli episodi più controversi della recente storia indiana e scioccò il mondo intero. Il regista Richie Mehta ha deciso di farsi carico di raccontarlo, non con una semplice trasposizione cinematografica ma con un ritratto lucido e disilluso su cosa voglia dire vivere in India oggi.

2. Delhi

Denominata “Capitale dello Stupro”, Delhi suscita emozioni contrastanti in chi la visita. Una città composta da 27 milioni di abitanti lasciata allo sbando e impossibile da gestire. Una città che attira indiani da ogni stato e casta, tra i quali la comunicazione vacilla. Ma niente ha unito l’opinione pubblica come il trauma causato dal duplice omicidio del 28 dicembre 2012. La serie porta lo spettatore a immergersi completamente nella realtà indiana grazie soprattutto alla recitazione, che rafforza la psicologia dei personaggi e trasmette la giusta intensità. Nient’altro: i momenti violenti sono noti e per questo lasciati alla memoria, bastano le sole parole per suscitare pelle d’oca e commozione.

3. Vartika

La storia viene raccontata attraverso gli occhi del vice commissario Vartika Chaturvedi (Shefali Shah). Donna inflessibile dotata della giusta umanità, è incapace di riconoscere i tanti problemi che affliggono la capitale, ma la terribile ferocia di questo atto la porterà a prenderà a cuore l’indagine senza cedere alla pressione dell’opinione pubblica né ai tentativi di ingerenza del governo. Il personaggio di Vertika si fa allora portavoce del malcontento di tutta la popolazione indiana, ormai esausta dal sentire casi come questo all’ordine del giorno, senza contare quanti continuano ad avvenire in silenzio. L’obiettivo è chiaro: lottare per riscrivere la storia.

4. Chandni

Chandni (Yashaswini Dayama), desiderosa di continuare i suoi studi all’estero, rappresenta il cortocircuito generazionale presente in India: da un lato il desiderio di una vita migliore dettato dalla consapevolezza del degrado della città, dall’altro le tradizioni e la famiglia, che teme di venire abbandonata dalla prole. L’atteggiamento ortodosso del nucleo famigliare impedisce così lo sviluppo dei membri più giovani, destinata a rimanere incastrati in un eterno loop e, nella migliore delle ipotesi, in un lentissimo sviluppo.

5. Quello che non viene raccontato

Con Ghoul e Sacred Games l’operazione di Netflix finalizzata a promuovere serie tv provenienti da tutto il mondo ha dimostrato quanto questa mossa sia vincente, e con Delhi Crime l’asticella si è alzata ulteriormente. La regia racconta senza filtri come i media indiani siano il mezzo attraverso cui viene alimentato l’odio verso le forze dell’ordine e ricostruisce un quadro fedele dell’aspetto socio-politico-economico del Paese. Tuttavia, qualcosa non torna: al racconto manca l’attacco del governo contro i manifestanti pacifisti scesi in piazza a protestare e il fatto che uno degli accusati sia stato condannato come minore invece come adulto. Insomma, traspare un certo atteggiamento ruffiano nei confronti della Delhi Police che inficia la forza di tutta la denuncia sottostante alla serie.

Daniela Addea