Guillermo del Toro, noto creatore di mondi fantastici, è pronto a mostrare quello che lui stesso definisce come il suo film migliore: La forma dell’acqua – The Shape of Water. Ci sono voluti tre anni, due di progettazione e uno di realizzazione, per dar corpo alla nuova produzione del regista, un film dal gusto fiabesco che vede come protagonista una creatura anfibia eppure molto umana. Gli addetti agli effetti speciali hanno infatti ricevuto istruzioni rigorose: non dovevano disegnare un “mostro” ma un attraente protagonista maschile, che potesse trasmettere senza parlare la propria personalità e sensibilità. Il suo aspetto non doveva far pensare a un film dell’orrore, ma stimolare l’immedesimazione spettatoriale in quella che si configura come una travolgente storia d’amore.

Del Toro usa il potere imaginifico delle favole come un portale che gli permette di estendere su più livelli la narrazione, inserendo lo straordinario in quanto parte integrante del mondo in cui si muovono i personaggi. Grazie alla loro capacità di vedere qualcosa di invisibile agli occhi altrui e di percepirlo come “normale”, le creature di del Toro, figlie della più antica mitologia, hanno una sorta di potere magico che le spinge verso scelte coraggiose. Non si tratta, però, di un potere innato: lo acquisiscono col tempo e l’esperienza, assurgendo infine allo statuto di metafore viventi. Il labirinto del fauno è forse il film di del Toro in cui questa poetica emerge con più forza. Una fiaba allontana la giovane Ofelia (Ivana Baquero) dal terribile scenario della guerra civile spagnola, guidata da un fauno, creatura dalla dubbia affidabilità che mette continuamente alla prova la ragazzina, nel tentativo di riportarla nel sotterraneo mondo fatato cui appartiene.

Nel corso del film Ofelia deve scontrarsi con diversi mostri, tutti simboli di un potere oppressivo; si pensi al gigantesco rospo che occupa l’incavo di un albero maestoso, succhiandone la vita, ricordando come la borghesia reazionaria banchetti indisturbata mentre in tutta Spagna i viveri sono razionati. O ancora, all’uomo pallido, mostro dal corpo bianco e raggrinzito con gli occhi sulle mani, che presidia un sontuoso banchetto affinché nessuno lo tocchi. Il suo spasmodico desiderio di controllo su ogni cosa e la violenza incontrollata verso chi si ribella alle sue imposizioni svelano la metafora che rappresenta: la mostruosa spietatezza del capitano Vidal, comandante dell’avamposto militare deputato a stanare e annientare i ribelli sopravvissuti alla guerra civile spagnola del 1944 e contrari al potere dittatoriale di Francisco Franco. 

L’insieme di questa iconografia, che è tornata a più riprese in tutta la carriera del regista, infonde al corpus delle opere di del Toro una sacralità sognante, la medesima del mito, creando in ciascun film un’atmosfera irripetibile.

Clara Sutton

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