Nel 1988 uscì il Decalogo di Krzysztof Kieślowskioggi disponibile su Amazon Prime Videouna serie di 10 mediometraggi che cambiò radicalmente il panorama televisivo internazionale, dimostrando che un prodotto per il piccolo schermo poteva competere con le opere cinematografiche in qualità e ricercatezza. All’epoca, Kieslowski non godeva della fama di oggi, anzi, era considerato un regista provinciale, e fu proprio il successo della serie a permettergli di uscire da uno dei suoi periodi più bui, che era iniziato con la produzione del lungometraggio Senza fine (1985) e sembrava destinato a rovinare per sempre la sua carriera, trascinandolo verso il fallimento. La scelta di trattare il periodo delle leggi marziali in Polonia, uno dei più controversi della storia del paese, e con un approccio schietto e crudo, attirò sul film pesanti critiche da parte delle istituzioni statali: le autorità lo odiarono perché si scaglia contro la legge marziale, le opposizioni si indignarono perché venivano rappresentate come perdenti e infine la chiesa non tollerò i riferimenti al suicidio e le scene esplicite di sesso. Senza fine scomparve dai cinema nel giro di poco e fu reintrodotto nelle programmazioni attraverso un escamotage: al posto del titolo, compariva la scritta “Wszystkie seanse zarezerwowone” (letteralmente: “Tutte gli spettacoli sono prenotati”), così da disincentivare gli spettatori.

Nonostante la resistenza delle istituzioni, il lungometraggio ottenne un grande successo di pubblico e critica, ma ciò non impedì a Kieślowski di prendere la decisione di allontanarsi definitivamente dal cinema militante. Questa scelta permise al regista di concentrarsi su temi intimi e al contempo universali, ponendo al centro delle sue riflessioni il singolo individuo e, tramite l’indagine della sua psiche e delle sue esperienze, offrire uno spaccato della società polacca, con l’intenzione di raggiungere anche un pubblico straniero e fargli conoscere la storia del paese, altrimenti inaccessibile o solo scarsamente affrontata. Così, inizia a scrivere insieme allo sceneggiatore e politico Krzysztof Piesiewicz i dieci episodi del Decalogo, partendo dai dettami dei dieci comandamenti per smantellare tutte le convinzioni morali ed etiche insite nella cattolica società polacca. Per questo, i protagonisti sono persone comuni e vivono in un anonimo condominio – in cui è ambientato ogni episodio della serie-, che diventa il palcoscenico dei loro destini incrociati, nei quali viene inglobato anche lo spettatore.

Ogni puntata è autoconclusiva e segue per ritmo e struttura la forma della parabola, intesa in senso spirituale e non cristiano. Tramite questo andamento narrativo il Decalogo innesta il seme del dubbio nello spettatore andando a comporre un mosaico filosofico di ampio respiro, che dal singolare arriva all’universale. Una struttura che rompe nettamente con la tradizionale narrazione seriale antologica – ad esempio Ai Confini della Realtà (1983) -, così come aveva fatto Twin Peaks (1991) di David Lynch con il genere procedurale. Libero dalla necessità di unire con qualche pretesto narrativo episodi molto diversi tra loro, sia per stile che per argomenti, i dieci mediometraggi del Decalogo si basano su un elemento centrale, il contrasto fra etica e morale, attorno al quale ruotano tutti gli episodi, sviscerandolo nelle sue diverse sfaccettature. L’innovazione del Decalogo non fu però solo narrativa, ma anche produttiva: introdusse nel sistema televisivo la possibilità di lavorare con un cast e una troupe di stampo cinematografico. Nello specifico, il lavoro per la fotografia, realizzato con un DOP diverso a ogni episodio, dona un’atmosfera unica a ciascuna storia, evitando il rischio di scivolare in un’estetica dozzinale tipicamente televisiva.

Il successo critico della serie, insieme a quello di Twin Peaks di pochi anni dopo, aprì le porte per una nuova televisione di qualità, ereditata da lavori che difficilmente avrebbero trovato una produzione e una distribuzione in ambito cinematografico: l’epopea Heimat (1984) di Edgar Reitz e la trasposizione televisiva del Castello di Kafka diretta da Haneke, Das Schlloss (1997), fino a prodotti più recenti come Black Mirror, Dark, Too Old to Die Young e la folle operazione di DAU, che risentono fortemente a livello sia stilistico che narrativo dell’enorme lascito del Decalogo. L’impatto fu notevole anche nella carriera dello stesso Kieślowski, che amò così tanto il progetto da trasformare due episodi in due distinti lungometraggi (Breve film sull’uccidere 1988; Non desiderare la donna d’altri, 1988). Inoltre, questa operazione gli permise di mettere a fuoco i principali temi della sua poetica, su cui tornerà a lavorare nella filmografia successiva: il caso, la scelta, la morale; sfociati in opere come La Doppia Vita di Veronica (1991) o la Trilogia dei Colori, in particolare Film Blu (1993). Nonostante la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1989, una breve distribuzione cinematografica e l’impatto che ha esercitato sulla storia del cinema, il Decalogo in Italia è sparito dalla circolazione e condivide il triste destino dei film considerati “minori” del regista. Per recuperare questa serie e tutte le altre opere di Kieslowski, potete fare affidamento alla videoteca di MUBI e al materiale saggistico raccolto per ogni film.

Davide Rui