Voto

7

David Byrne, l’intellettuale gioviale, il cantore dell’ansia psicologica fanatico del ritmo, l’alter ego goffo e timido dell’egocentrico, brillante e sibillino Brian Eno – suo collaboratore di vecchia data – ha rovistato qua e là nell’universo e ora canta la distopia del mondo corrente. Le sue canzoni sembrano avere lo scopo di recidere le nostre palpebre dormienti e interrompere il sonnellino pomeridiano in cui eravamo caduti da chissà quanto tempo; è come se volesse dirci: “Sveglia, aprite gli occhi! Abbiamo realizzato le nostre utopie in passato e siamo finiti col costruire una realtà che non corrisponde ai nostri desideri effettivi. Ora assistiamo alla morte delle nostre idee; può esserci una soluzione?”.

Se American Utopia avesse avuto un sottotitolo esplicativo, probabilmente sarebbe stato questo: “Come la rappresentazione descrittiva del reale conduce al desiderio di qualcosa di diverso”, anche se non ci è dato sapere con precisione quale sia l’ideale diversità a cui l’umanità, o la maggioranza degli uomini, aspira secondo David Byrne, né tanto meno se si possa concretamente realizzare. 

Ecco perché, in un album che riporta la parola “utopia” in modo non ironico, di auspicabile e spensierato, in realtà, non c’è niente – se si esclude qualche episodio musicalmente un po’ stucchevole e plateale: Byrne è il fremente signore della disarmonia fobica, la sua voce tesa come un filo e l’ambiguità dei suoi testi portano in grembo, forse non intenzionalmente o forse si, un fondo di angoscia. Come ci riesce? Semplice: a lui basta descrivere la realtà senza limitarsi a descriverla, per poi cantarla e metterla in musica, magari chiedendo aiuto al suo duttile amico Brian Eno (la cui firma compare in otto tracce del nuovo disco).

American Utopia ritrae la società e la politica americana, e più in generale (perché no) il mondo intero. C’è poco da stare allegri, ma lasciarsi prendere dallo sconforto è altrettanto inutile; meglio cogliere l’occasione per trasformare la bruttezza del mondo in arte. Dopotutto, a cosa servono la sofferenza, lo squallore, la politica fallimentare e il male universale se non a fare della solida, triste, vera, grande e profonda arte? O per lo meno bisognerebbe sempre provarci.

Il lavoro di David Byrne non è il disco memorabile che ci si aspettava, anzi, è piuttosto discreto. Diciamo che, dal 1977 a oggi, il buon, caro, vecchio Byrne è riuscito ad essere molto più incisivo che in American Utopia, un album traballante, scisso tra veri colpi da maestro – a cominciare dal fatto che il disco si situa in un tempo in cui il dub, l’Asia, la techno, il funk, i tropici, Trump e i Talking Heads coesistono nello stesso spazio ristretto – e brani di minore, fin troppo minore consistenza. Questo però non influisce sulla piacevolezza dell’ascolto, che resta intatta per tutto il minutaggio, e sul fatto che ciascuna traccia contribuisce a costruire una visione spaventosamente reale di un mondo sull’orlo del baratro e a restituire il sentore di un’utopia più o meno consciamente desiderata dai suoi abitanti: noi, inappagati automi.

Federica Romanò