La storia del cinema è costellata di progetti ambiziosi che si sono trasformati in capolavori o in terribili fallimenti – nella sola carriera di Stanley Kubrick, ad esempio, si tratta di Barry Lindon e del film mai realizzato su Napoleone. Di fatto, il rischio che all’idea visionaria del regista non corrisponda un apprezzamento da parte di pubblico e/o critica è sempre piuttosto alto. In questa ottica si è posto il recente progetto DAU, non solo per le premesse mastodontiche, ma anche perché dietro a tutto c’è il regista russo Ilya Khrzhanovsky. Se il nome non vi dice niente, Khrzhanovsky è un autore che alle Giornate degli Autori di Venezia del 2004 ha conquistato pubblico e critica col suo primo e unico film, intitolato 4. L’inventiva e il talento del regista catturarono l’attenzione del mondo cinematografico, che rimase in attesa di un successivo lavoro, ma poco dopo il regista sembrò essere sparito nel nulla e tutto l’hype scemò.

Nel 2006 venne annunciato il suo secondo film: un lungometraggio dalla durata fluviale di 700 ore, per raccontare gli ultimi anni di vita dello scienziato russo Lev Landau in parallelo al blocco sovietico, ambientato in una una città dell’URRS post-stalinista fedelmente ricostruita. Venne attivata una produzione mastodontica: la restaurazione di spazi immani per costruire i set, non un copione ma solo generiche linee per i personaggi, centinaia di comparse volontarie; ogni singolo membro della troupe avrebbe dovuto vivere sul set e sarebbe potuto venire filmato in qualsiasi momenti della giornata – una scelta subito controversa, che metteva in discussione il rapporto tra finzione e realtà. DAU divenne un’impresa faraonica, da molti definita il Truman Show sovietico, attirando l’interesse non solo dell’ambiente cinematografico, ma anche del mondo dell’arte contemporanea. Le riprese iniziarono nel 2008 e si conclusero nel 2011, con la distruzione del set principale in cui vivevano le comparse.

Nonostante DAU fosse atteso al festival di Cannes di quell’anno, per sette anni non si ebbero più notizie né del progetto né del regista. Il silenzio fu interrotto soltanto nel 2018, quando venne annunciata la prima proiezione pubblica del film alla Berlinale, sotto forma di un’installazione che avrebbe dovuto riprodurre lo stile architettonico dei set, ma poco prima dell’evento venne tutto annullato. La presentazione vera e propria si tenne un anno dopo a Parigi, mantenendo lo stesso format della mancata proiezione berlinese. L’eccessiva cripticità e la pessima gestione degli spazi dell’evento scatenò l’ira del pubblico, rischiando di demolire l’intero progetto, che veniva ormai visto come un pastiche avanguartista destinato in partenza a fallire. Dopo questi fallimenti iniziali, DAU riuscì a conquistare nuovamente l’interesse di critica e pubblico grazie all’invito a partecipare alla Berlinale 2020. Diversi episodi vengono proiettati nelle sezioni secondarie del festival e il tassello iniziale del film, DAU. Natasha, partecipa al Concorso Internazionale.

Sono molte le controversie sollevate dal film, dovute soprattutto alle scene di umiliazione fisica e di abusi sessuali che non sembrano simulate, e alle testimonianze rilasciate da alcune comparse, che hanno denunciato il fatto di avere subito molestie durante le riprese. Le accuse sono state smentite dalle attrici presenti alla conferenza stampa alla kermesse berlinese, dal direttore della fotografia Jürgen Jürges e dal curatore del festival Carlo Chatrian, affermando che le scene più discusse sono sempre state girate con tutte le attenzioni del caso. Il lato oscuro del film riguarda la presenza sul set di Maxim Martsinkevich, leader di un movimento neonazista russo ora in carcere per la quarta volta. L’uomo compare nell’episodio DAU. Degeneration, in cui “recita” la parte del violentissimo capo di un movimento di estrema destra, e nell’ancora inedito DAU. New Man.

A livello narrativo, questa brutalità risulta coerente una volta contestualizzata in un racconto allegorico che vuole collegare l’URSS degli anni ’60 alla Russia del 2020. Due mondi, come riflette Ela Bittencourt su MUBI, uniti nel segno della violenza e della prevaricazione, completamente alieni alla visione occidentale del mondo. Nella sua crudezza, l’opera trae risalto dal lavoro di fotografia di Jürgen Jürges, da immagini che nel loro rigore richiamano i lavori di Haneke e Fassbinder – con cui il direttore della fotografia aveva infatti già lavorato. Alla sua uscita, di fatto, l’opinione pubblica si è divisa in due in fazioni agli antipodi: chi sentendo le voci attorno a DAU non ha voluto neanche avvicinarsi a un’opera di dubbia moralità, e chi vi ha visto una rottura dei limiti di ciò che si può mostrare al cinema. Ma al momento tutte le accuse sembrano essere state smentite.

Oggi le 700 ore di DAU sono state divise in un numero imprecisato di episodi che verranno messi disponibili per il noleggio online sul sito ufficiale del progetto. Ma non sono da escludere proiezioni nei cinema o nei musei di arte moderna. Per ora sono state caricate 5 parti: DAU. Degeneration; DAU. Nora Mother; DAU. Three Days; DAU. Brave People e DAU. Katya Tanya. E stanno per arrivare anche DAU. The Empire. Novel One: Return Of The Prodigal Son e DAU. New Man. Per quanto abbiamo visto finora, i soggetti si sviluppano in ambienti degenerati, segreti, violenti e morbosi, dove agiscono scienziati ossessivi e donne abusate, instaurando relazioni malsane. Viene persino raccontato un momento di cesura nella storia sovietica: la morte di Stalin, con tutto il caos che seguì. Purtroppo manca ancora il tassello iniziale in questo puzzle narrativo: DAU Natasha. Il film sembra essere stato acquistato da un distributore italiano, ma non sarà reso disponibile in sala ancora per molto tempo; mentre MUBI negli Stati Uniti ha ottenuto i diritti per lo streaming e non è da escludere porterà il film anche da noi.

Davide Rui