Voto

7.5

Luglio 2012, Colorado: James Holmes, un giovane di 25 anni, irrompe in un cinema alla prima de Il cavaliere oscuro armato fino ai denti e compie una strage. Per ripercorrere una delle pagine più nere della recente storia americana Tim Sutton costruisce un complesso e coraggioso gioco di narrazione polifonica, una serie di spaccati di vita americana privi di una gerarchia: lo spettatore conosce lentamente più profili giustapposti e viene coinvolto in una sorta di gioco delle tre carte.

Chi sarà il mostro? Un ragazzo dallo sguardo disperato che vive una vita di delusioni, uno skater che si tinge i capelli di rosso, un giovane che viene intervistato da una voce fuori campo e sembra aver commesso qualche tipo di reato? Il regista si lancia in un gioco di prestigio e scorpora alcune caratteristiche del killer reale distribuendole ai suoi personaggi di finzione, sparigliando le carte. E ancora, chi sarà vittima? La ragazza che scandisce la sua giornata a suon di selfie, una famigliola sull’orlo della crisi, un reduce di guerra alle prese con i fantasmi del passato?

Il dramma si consuma all’interno di quadri statici, dove la tensione si accumula ma non trova sfogo. Non viene meno la suspense, complici le inquadrature pulite e ravvicinate (la regia indugia tra moduli documentaristici e abbozzi di sviluppo narrativo), che scavano nel profondo. Ne risulta un prodotto sensibile e intelligente, che non lancia in primo piano la mostruosità del killer ma svela come Holmes sia stato l’espressione della punta dell’iceberg, figlio di quella stessa società che ha scosso e colpito.

Ambrogio Arienti