“È molto triste osservare quanto l’ego delle persone stia diventando sempre più importante. La compassione, il prendersi cura degli altri e l’affetto sembrano ormai appartenere al passato”. Così il regista greco Alexandros Avranas racconta parte della sua poetica, da sempre interessata a indagare i rapporti umani, per lo più logori e tesi, con particolare attenzione alla famiglia. Un approccio visibile fin dalla sua prima opera quasi pionieristica del 2009 Without (considerata un’anticipazione dell’estetica che avremmo conosciuto di lì a poco con la Greek Weird Wave), in cui una giovane coppia di sposi con un figlio si ritrova ad affrontare vecchi rancori e nuove tensioni a causa di un cambiamento radicale della loro quotidianità. Il regista raggiunge tuttavia l’apice con due opere che sembrano quasi state concepite come l’una il sequel dell’altra: Miss Violence (2013), Leone d’Argento per la Miglior regia e Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Themis Panou al Festival di Venezia, e Loves Me Not (2017), candidato in diverse occasioni e categorie tra cui Miglior regia al Los Angeles Greek Film Festival e Miglior Film al San Sebastian International Film Festival e al Zagreb Film Festival. In entrambe le pellicole troviamo nel ruolo di protagonista l’attrice Eleni Roussinou, la cui storia nei panni di una moglie depressa in Loves Me Not sembra il continuo della tragica e travagliata storia di Eleni in Miss Violence, figlia maggiore obbligata a prostituirsi dal nonno-padre-capofamiglia insieme alla sorella quattordicenne e alle figlie-nipoti. Tra i due successi, nel 2016 Avranas debutta negli Stati Uniti con il thriller investigativo Dark Crimes (disponibile su Prime Video) che non riesce a convincere e viene stroncato dalla critica e dal pubblico, nonostante la presenza di un inaspettato Jim Carrey e della pluripremiata Charlotte Gainsbourg

Basato su una storia vera (così come Miss Violence e Loves Me Not), per la precisione sull’articolo True Crimes: A postmodern Murder Mystery del giornalista del The New Yorker David Grann, la pellicola è ambientata a Cracovia e racconta le indagini del poliziotto quasi in pensione Tadek (Jim Carrey) sull’omicidio irrisolto di un abituale frequentatore del club bondage BDSM “The Cage”. Il principale sospettato è il famoso scrittore Krystof Kozlov (Marton Csokas) poiché in un romanzo mai pubblicato racconta un delitto pressoché identico, anche se le dinamiche del caso non erano mai state divulgate dalla polizia e dai media. L’ambigua e sfacciata personalità di Koslov nonché la sua rocambolesca relazione con una delle prostitute del “The Cage” Kasia (Charlotte Gainsbourg) porteranno “l’ultimo poliziotto onesto della Polonia” a duri patti con la propria morale, vedendo il proprio senso di giustizia tramutare nella più scorretta ossessione.

Per quanto la filmografia di Avranas sia scarna (conta infatti quattro pellicole dal 2009 ad oggi) è caratterizzata da una cifra stilistica chiara e definita, all’interno della quale però Dark Crimes non riesce a trovare collocazione. Il problema principale non è tanto contenutistico o formale, bensì strutturale: la pellicola manca di fluidità e sembra non reggere su un’impostazione narrativa stabile. Durante la visione si percepisce una coerenza, la quale però non si compie mai davvero e non si manifesta chiaramente agli occhi dello spettatore. Non che questo debba per forza succedere: uno dei presupposti del genere thriller infatti è il non detto, l’implicito, fino al colpo di scena che risolve ogni mistero e palesa alcuni dettagli che il regista ha accuratamente nascosto per depistarci. In Dark Crimes, tuttavia, si ha l’impressione di aver perso intere sequenze e le numerose sottotrame che entrano in gioco, il cui legame con il plot principale non viene mai chiarito, non aiutano ad orientarsi: poliziotti corrotti, ambienti familiari e lavorativi inspiegabilmente ostili, torture e abusi in un sex club (i cui racconti costituiscono il sottofondo di diverse scene) spostano spesso il focus della storia, portando più volte lo spettatore a domandarsi dove l’indagine di Tadek voglia andare a parare. Il risultato è uno spettatore pateticamente statico, privo di un qualsivoglia coinvolgimento emotivo e impassibile di fronte a plot twists che, al contrario, non fanno che aumentare dubbi e perplessità. 

Tutto, troppo, è affidato all’intuito dello spettatore, frustrato di fronte a un mancato riscontro narrativo. Dark Crimes fallisce, dunque, in quella che in Miss Violence è stata la carta vincente: immergere lo spettatore in medias res nella quotidianità di una famiglia e, attraverso la freddezza e apatia dei personaggi così come della regia, volutamente meccanica ed essenziale (numerosissime sono le camere fisse), mantenere per tutta la durata del film un distacco tra la realtà raccontata e lo spettatore. Nulla all’interno di Miss Violence (eccetto per la primissima scena) è infatti costruito in modo da attrarlo e persuaderlo a restare davanti allo schermo: la regia quasi scolastica, conferisce alla storia vita propria, indipendentemente dalla presenza o meno di un pubblico. Ed è qui che l’implicito si fa interessante: perde il valore di escamotage di genere e diventa riflesso della vita quotidiana di ogni individuo, dove il non conoscere le dinamiche intime di una famiglia è normale, perché non se ne fa parte. Avranas mostra allo spettatore lo stralcio di vita di una famiglia problematica, dove non sono chiari i ruoli, i rapporti parentali che intercorrono tra i componenti, il passato, il presente e le motivazioni che guidano entrambi, ma ci dice anche che va bene così, perché noi siamo solo osservatori di una vita che non ci appartiene. 

In Dark Crimes Avranas ha cercato di riproporre tale realismo, senza però mettere alla base una struttura narrativa solida e soprattutto chiara: film come Miss Violence (e in parte Loves Me Not, il quale si differenzia per una struttura tripartita in generi tra il dramma sociale, il thriller e l’horror) sono efficaci proprio perché lo spettatore, nonostante non raggiunga una visione totale della storia neanche sul finale, percepisce una coerenza di racconto tale da accettare serenamente di non sapere. Nella produzione di Dark Crimes, invece, il focus sembra essere stato posto esclusivamente sulla creazione di suspance e un’atmosfera misteriosa che, tuttavia, non si realizza poiché risente a sua volta dell’assenza di uno schema narrativo solido. Il risultato è che non solo gli innumerevoli spunti narrativi non trovano soluzione sul finale, rimanendo un accenno, ma quell’”autodeterminazione” filmica che impregna un prodotto come Miss Violence qui non trova un terreno fertile su cui affermarsi. L’issue di Dark Crimes non è essere diverso dalla pellicola precedente di Avranas (ci mancherebbe!), e tanto meno il fatto che non mantenga gli stessi intenti poetici, bensì che tali intenti vengono dichiarati ma non trovano adeguata soluzione. Complice, forse, il diverso paese di produzione, che non è più la Grecia ma gli Stati Uniti: sembra infatti che Avranas abbia cercato di cucire alcuni aspetti del suo personalissimo stile con archetipi del thriller mainstream americano, creando un prodotto poco amalgamato. 

Ciò è riscontrabile anche nella scelta del cast: Marton Csokas nei panni dello scrittore sospettato Krystof Kozlov così come Charlotte Gainsbourg nel ruolo della compagna Kasia ricordano molti altri personaggi che sono stati soliti interpretare (e che li hanno in parte consacrati). La pupilla di Lars Von Trier in particolare è incastrata all’interno dell’ennesimo ruolo di una donna instabile e travagliata (Antichrist, Melancholia, Nymphomaniac) regalandoci una performance ben eseguita ma purtroppo dimenticabile; così come l’interpretazione di Csokas riporta alla mente super-cattivi come Yorgi in xXx (2002) o Nicolai Itchenko in The Equalizer (2014). L’unico a non cadere nel tranello delle reminiscenze è Jim Carrey, anche perché in veste assolutamente inedita (si tratta infatti del secondo thriller di cui è protagonista dopo Number 23 nel 2007): il personaggio di Tadek possiede una sua specificità, caratterizzata da un’indole estremamente contraddittoria che emerge dal sorprendente lavoro di micro espressività messo in pratica dall’attore. La performance di Carrey vale l’intera pellicola che rimane, tuttavia, un tentativo purtroppo non riuscito di una interessante e stimolante sperimentazione tra cinematografie diverse. 

Diletta Culla