Voto

8

Ironico, descrittivo come pochi altri, incasellabile. “Never look back/I would never change up” canta Danny Brown nel ritornello di Change Up, traccia che apre il suo quinto lavoro ufficiale U Know What I’m Sayin?. Ed effettivamente, in questi dieci anni che sono trascorsi dall’uscita del suo primo album The Hybrid, Brown non si è mai preoccupato di piegarsi alle tendenze, rivolgersi a un pubblico predefinito o cercare di piacere a tutti i costi.

Cresciuto con i dischi di Roy Ayers e Bobo Jenkins, in U Know What I’m Sayin? emerge tutto il trasporto e l’ammirazione per i classici del genere da parte del rapper di Detroit, che su questo credo innalza una cattedrale di punchline e strumentali nostalgiche arricchite da riff avventurosi, fiati e rullanti in pieno stile Motown. A capo delle produzioni si staglia il nome di Q-Tip, affiancato da Paul White (producer di lunga data di Brown), Flying Lotus e JPEGMAFIA.

Con la solita attitudine di graffiante entertainer che lo contraddistingue, Brown non scende a patti con niente e nessuno: in Belly of the Beast, su echi che si trasformano in picchi sonori da far digrignare i denti, Brown evita qualsiasi discorso politically correct dando sfogo alla sua arte (“Nigga, I’m anemic with the ink, you a Stevie Wonder blink/I take a piss in that same sink you wash dishes with”). Undici tracce che abbracciano un universo musicale totalmente fuori dagli schemi. Esattamente come chi l’ha concepito.

Matteo Squillace