Voto

8

Venticinque anni di carriera sono un peso non facile da portare sulle spalle, e ancora di più quando le aspettative sono sempre più alte. Con La Terra sotti i piedi Daniele Silvestri torna in auge a tre anni dall’ultimo lavoro con un album intenso, vibrante, che sembra seguire un leitmotiv preciso sul piano delle intenzioni, pur lasciando la possibilità di spaziare con la struttura musicale.

La scorza dell’album è quella della più classica leva cantautoriale, con incursioni elettro pop e funky e persino una venatura più (velatamente) hip-hop, dovuta alle collaborazioni con Davide Shorty e Rancore. Argentovivo è il brano di lancio, promosso al Festival di Sanremo (dove ha ricevuto il Premio Mia Martini) e scritto con Manuel Agnelli e Rancore, ma le vere gemme dell’album emergono dagli ascolti successivi: da Complimenti Ignoranti, che nasce come critica alla società dei social network e alla condizione dell’uomo contemporaneo, a Tutti Matti, che inizia con le voci dei musicisti mentre si preparano all’esecuzione, fino a Concime, simil-ballata che ripercorre la vita passata e quella che resta a un cinquantenne comune. Seguono tracce meno argute, ma non per questo di secondo piano, eccezion fatta per Prima che (dove l’intensità raggiunge il culmine dell’intero lavoro) e Scusate se non piango, originariamente titolo dell’album, che vede Valerio Mastrandrea alla regia del videoclip.

La terra sotto i piedi non sarà probabilmente una pietra miliare della storia della musica italiana dei prossimi anni, ma queste quattordici tracce confermano l’autenticità di Daniele Silvestri in un mondo di cloni. E questo vale già tanto.

Gabriel Carlevale