Voto

6

Si intitola Daddy’s Home, ma il messaggio sottinteso è: “Who’s the daddy?”. Mark Wahlberg e Will Ferrell sono due padri in lotta: uno super cool e biologico, l’altro sfigatissimo e “in seconda”.

La commedia di Sean Andres e John Morris ripropone la vincente coppia Ferrell-Wahlberg, già rodata in The other guys (Poliziotti di riserva) del 2010, ma mettendoli ora l’uno contro l’altro in una diatriba che assegnerà a Dusty (Wahlberg) l’assoluta supremazia in ogni campo. La comicità del film si basa tutta sulla stereotipizzazione massima dei due protagonisti: Dusty è un veterano di non si sa bene quale guerra americana, apparentemente perfetto in tutto, che ritorna dal nulla dopo aver lasciato anni prima moglie (Linda Cardellini) e due figli, crescuti poi da Ferrell, una volta resosi conto di non poter sopportare la vita da padre in un comunissimo paesino americano fatto di villette a schiera e lezioni di baseball; Brad (Ferrell) è l’esatto opposto, un radio executive per un’improbabile radio smooth jazz dall’ancor più improbabile nome The panda ossessionato dall’essere chiamato “papà” dai due figliocci.

Con una trama molto semplice, questo box office si basa sul tema quanto mai attuale della famiglia allargata; certo, niente di nuovo sotto il sole, ma viene condito con del sano politicamente scorretto in pieno stile americano (vedi le battute su negri e barboni) che schiva il finale moraleggiante e si scrolla di dosso quella patina buonista tanto apprezzata da gran parte del pubblico italiano. Insomma,  dimostrazione che anche a Hollywood hanno i loro Checco Zalone natalizi utili alle case di produzione per portare a casa qualche quattrino con cui supportare titoli più di nicchia.

I classici 90 minuti da commedia americana scorrono senza troppi intoppi, paradossalmente trainati più dal personaggio di Wahlberg, la cui estrema perfezione – specialmente nel primo tempo – è una delle molle comiche portanti, piuttosto che da un Ferrell che, per quanto impeccabile, a volte può risultare scontato e suscitare quella sensazione di “già visto”.

Andrea Mauri