Voto

7

Arriva sul grande schermo la seconda puntata dello spin-off della saga di Rocky Balboa, Creed II. Al centro della storia, giunta ormai all’ottavo giro di boa, ci sono di nuovo le avventure del giovane Adonis (Micheal B. Jordan), figlio del grande pugile Apollo Creed. Dopo aver guadagnato il titolo mondiale, Adonis decide di accettare la sfida di Viktor Drago (Florian Munteanu), il figlio della “macchina perfetta” nonchè ex stella sportiva dell’URSS Ivan Drago (Dolph Lundgren), che durante un incontro aveva ucciso Apollo (Rocky IV) e ora vive con l’obiettivo di vendicare il match perso con Rocky (Sylvester Stallone) 30 anni prima.

Il gioco di rimandi tra gli episodi precedenti della saga e il nuovo regge con inaspettata forza: il punto di volta è Adonis, pupillo di Rocky e figlio di Apollo, che ricorda entrambi i personaggi ma non si riduce mai a una loro macchietta o copia sbiadita. Rivendicando una propria autonomia, Adonis sembra il risultato di una crasi tra la leggendaria spavalderia di Apollo e la bontà di Rocky, mentre attorno a lui si attiva un sistema di ingranaggi ben oliato: se la sceneggiatura ripropone quelli che ormai possono essere detti i topoi delle storie “alla Balboa” (incontri violentissimi e implausibili ma dalla forte presa emotiva, una storia d’amore parallela alla vicenda principale, la presenza di un saggio maestro e consigliere, il classico momento di smarrimento che precede la riscossa) e ripropone ciclicamente modi di narrazione e ambientazioni, la regia struttura un ritmo incalzante che incolla gli occhi dello spettatore allo schermo, senza limitarsi alle solite battute già collaudate.

L’unico personaggio a rimanere nell’ombra del suo predecessore è Viktor, un bambinone dalla spaventosa massa muscolare pilotato dalla mente diabolica del padre. Il personaggio ottempera al suo ruolo di spalla, incarnando il più classico dei pugili-che-non-hanno-niente-da-perdere deciso a mettere in difficoltà il campione imborghesito Adonis e costringerlo a un nuovo, massacrante stile di allenamento – e se si pensa al Rocky di Rocky III, alle prese con Clubber Lang e allenato nientemeno che da Apollo, il cerchio è completo.

Un plauso alla gestione dei tempi da parte della regia di Steven Caple Jr., che conferisce spazio e vigore alle vicende parallele (il riavvicinamento di Rocky ai suoi cari, la costruzione della famiglia di Adonis e Bianca) in alternanza alle scene di allenamento e combattimento, aprendo il respiro della narrazione e allontanando il pericolo di noia o eccesso di pathos. È così che il “modello Adonis” riesce a rimanere ben ancorato allo “stile Rocky” senza esserne sopraffatto.

Ambrogio Arienti