MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Fondato nel 2007, è disponibile in Italia dal 2013 e in altri 200 paesi. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Teorizzata dagli intellettuali dei Cahiers du Cinéma nel 1955, la politica degli autori inaugurò un modo completamente nuovo di interpretare il cinema. Secondo questi critici, come Godard, Truffaut, Rohmer, Rivette e Chabrol, ogni film doveva essere letto non come un’opera a sé, ma come parte ed espressione di un progetto artistico più ampio creato dal regista, al quale veniva riconosciuto il ruolo di “autore” a tutti gli effetti. Questa visione critica conserva ancora oggi la sua autorevolezza e la sua attualità, e per questo abbiamo selezionato 8 film su MUBI che permettono di approfondire questa teoria

Scene da un matrimonio (Edizione cinematografica), Ingmar Bergman, Svezia, 1974 (7 novembre)

Nel 1973 Bergman rivoluzionò la televisione pubblica svedese con due film, usciti entrambi quello stesso anno. Il Flauto Magico traspose sul piccolo schermo un’opera musicale, riprogettandola da cima a fondo, mentre Scene da un matrimonio (edizione televisiva) costituì un prodotto televisivo sperimentale e innovativo per l’epoca. Quella proposta da MUBI è la riduzione cinematografica uscita nelle sale l’anno seguente. Il film racconta la vita matrimoniale di una coppia agiata, seguita con dovizia di particolari dall’apogeo fino al completo crollo emotivo e sentimentale. La messa in scena, che imita per certi versi il linguaggio televisivo, amplifica il naturalismo del film, amplificando la vicinanza tra spettatori e personaggi. Ancora oggi, Scene da un matrimonio viene annoverato fra le opere più significative e influenti di Bergman, che continua a ispirare le nuove generazioni di cineasti, tra i quali Noah Baumbach che senza questo film non avrebbe mai potuto realizzare Storia di un matrimonio (2019).

Hounds of Love, Ben Young, Australia, 2016 (14 novembre)

Il massimo pregio di un thriller risiede nell’imprevedibilità. Da questo punto di vista l’esordio dietro alla macchina da presa di Ben Young è pienamente riuscito. Trasposizione di un fatto di cronaca nera realmente accaduto, il film racconta la storia di Vicki Maloney, una giovane ragazza australiana che viene imprigionata da una coppia di omicidi seriali. Una coppia disfunzionale, invischiata in una malsana dinamica di ruolo in cui la donna deve venire necessariamente sottomessa dal maschio. Questo equilibrio tossico e instabile che verrà progressivamente rotto da Vicki, attraverso un gioco di strategia con la morte e il destino. I protagonisti che vengono messi in scena si trasformano così in cani selvaggi pronti a tutto per ottenere quello che veramente vogliono. Ispiratosi a Haneke, in particolare Funny Games (1997), Ben Young si concentra infatti sulla violenza psicologica incessante, che regge l’intera narrazione del film. Nonostante un finale non molto ispirato, Hounds of Love, esordio di Ben Young, è un thriller imprevedibile nelle sue evoluzioni. Ispiratori a Haneke, in particolare Funny Games (1997), eliminando tutti i riferimenti meta-cinematografici ironici e concentrandosi sulla continua violenza psicologica che come una colonna portante regge l’intera narrazione.

Charisma, Kiyoshi Kurosawa, Giappone, 1999 (15 novembre)

Il grande successo del movimento J-Horror negli anni Novanta fece arrivare moltissimi autori giapponesi anche in Italia. In questo calderone finì anche Kiyoshi Kurosawa, autore stimato per i suoi thriller horror come Cure (1997), Pulse (2001), Castigo (2006) e Charisma. Decostruzione dei canoni del genere, quest’ultimo film unisce gli stilemi tipici del J-Horror (il detective in crisi, un mistero non ben identificato, un luogo isolato) a una riflessione sulla società giapponese, esulando da una dimensione prettamente commerciale. La riflessione metaforica sulla società, ottenuta attraverso le lenti del racconto allegorico, permette infatti al regista di raccontare la realtà oscura del paese, che il cinema mainstream finge di non vedere; proprio come i lavori di Sion Sono (Suicide Club, 2001 e Noriko’s Dinner Table, 2005), Takashi Miike (The Happiness of the Katakuris, 2001 e Big Bang Love Juvenile A, 2006) e Satoshi Kon (Paranoia Agent, 2004). In Charisma, il contrasto tra modernità e tradizione viene così rappresentato dalla lotta tra due fazioni attorno a un albero strano e terrificante, sviluppando una critica a un mondo diviso in gruppi rivali e che non ha mai realmente fatto i conti con il proprio passato.

La voce di Pasolini, Mario Sesti e Matteo Cerami, Italia, 2005 (16 novembre)

Pasolini non si considerò mai un regista. Agli studi di cinema antepose quelli della storia dell’arte, condotti sotto l’ala protettiva di Roberto Longhi, che confluiranno nel classico Fatti di Masolino e di Masaccio (1940), costituendo il punto di partenza per i film neorealisti del regista, a cui seguiranno quelli manieristi ispirati a Pontormo, Rosso Fiorentino e Vincenzo Campi. Il documentario di Sesti e Cerami analizza questo lato saggistico, poetico e artistico di Pasolini, esaltando i suoi scritti e le sue interviste grazie alla voce di Toni Servillo. Pasolini parla direttamente allo spettatore, descrivendo con una voce ancora oggi tagliente e attuale un’Italia che stava abbandonato il proprio passato ancestrale contadino per rincorrere una vita ideale in cui ogni cittadino è consumatore apatico annullato davanti al televisore e distratto dalle ingiustizie del reale.

Father and Son, Hirokazu Kore-eda, Giappone, 2015 (26 novembre)

Father and Son ha permesso la consacrazione internazionale del cinema di Hirokazu Kore-eda, prima conosciuto da una ristretta nicchia di appassionati di cinema orientale, raggiungendo poi l’apice del successo con la vittoria della Palma d’oro con Un affare di famiglia (2018) al festival di Cannes. Lo spunto narrativo del film è tipico della narrazione del regista: una famiglia normale viene sconvolta da un evento che ne distrugge la quotidianità, finché non verrà ristabilito un nuovo equilibrio. In questo caso, il momento di rottura è la scoperta, dopo quasi un decennio, di un possibile scambio di culle avvenuto in ospedale, che mette in discussione i valori familiari ed educativi di due famiglie agli antipodi.

Nimic, Yorgos Lanthimos, USA, 2019 (27 novembre)

Dopo il successo internazionale de La Favorita (2018), Yorgos Lanthimos riporta il sua cinema nella dimensione contemporanea. Protagonista del cortometraggio è Matt Dillon, nei panni di un violoncellista la cui vita verrà sconvolta da un semplice scambio di battute con una sconosciuta. Il film segue il canovaccio tipico dell’autore greco, presentando inizialmente un mondo realistico facilmente riconoscibile e leggibile da parte dello spettatore, che scena dopo scena viene deformato secondo un’assurda spirale degenerativa. Rispetto ai lavori precedenti, Nimic esaspera ed esalta tutte le caratteristiche della poetica del regista: un cortometraggio imperdibile per gli appassionati di Lanthimos, ma difficilmente accessibile per chi ancora non lo conoscesse.

Gatto Nero, Lucio Fulci, Italia, 1981 (videoteca)

Uno dei film più posati di Fulci, che insieme a Sette Note in nero (1977) o Non si sevizia un paperino (1972) si colloca più nel filone dei thriller psicologici che dello splatter horror. Adattamento da Poe, il film sposta la vicenda in un assonnato paesino dell’Inghilterra contemporanea, dove la tragedie e il sangue iniziano a scorrere nell’indifferenza generale. La narrazione viene gradualmente costruita sulla tensione, prendendo come principale riferimento non tanto il giallo italiano ma l’horror classico inglese, fondato sulla costruzione dell’atmosfera e su un conseguente uso parsimonioso delle scene di violenza. Ma in questa estetica posata tipica del genere, Fulci inserisce il suo gore inconfondibile, ricordando i lampi di violenza dei suoi primi lavori, in particolare Una Lucertola con la pelle di donna (1971). Apprezzato dai critici del periodo ma snobbato nella rivalutazione contemporanea della sua opera, Gatto Nero è un unicum nella filmografia di Fulci, una piccola perla emblema della versatilità stilistica e tematica del regista.  

The Believer, Henry Bean, USA, 2001 (videoteca)

Come descritto dall’attualissimo documentario storiografico HyperNormalisation (2016) di Adam Curtis, spesso si tende a giudicare fenomeni sociali contemporanei come il razzismo o i movimenti filonazisti adottando letture semplicistiche e stereotipate. Ma questa prospettiva viene ribaltata nell’esordio di Henry Bean, che racconta la vita di un fervente antisemita e filonazista – interpretato da un giovane Ryan Gosling -, esaminandola da vicino in tutte le sue contraddizioni. Il ragazzo, infatti, è in realtà un ebreo praticante molto legato alle scritture, nel pieno di un conflitto esistenziale con se stesso e il mondo religioso che lo circonda. Per lui, le imposizioni del suo credo sono al pari delle regole calate dall’alto dai leader dei gruppi nazisti; un pensiero corrotto da una visione fondamentalista sia dell’ideologia politica che della religione. Il lungometraggio si trasforma così in un’indagine sui meccanismi dell’ideologia, della politica, del fanatismo e della religiose, riflettendo sull’ossessione dell’uomo per il controllo sull’individuo e sulla genesi dell’odio nella società contemporanea.

Davide Rui