MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso i film (in Cartellone o a noleggio); il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti; il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri; i Focus; gli Speciali; le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

Proprio questo mese cade il cinquantesimo anniversario dell’IFFR – International Film Festival Rotterdam, il festival interamente dedicato al cinema sperimentale più ricercato e dirompente, deciso a smantellare prima di tutto i tanti stereotipi legati al concetto stesso di questa definizione. Ed è quello che vogliamo fare anche noi con la nostra selezione: film e registi considerati mainstream eppure sperimentali nel loro modo di decostruire situazioni e linguaggi troppo spesso (ab)usati; sperimentazioni visive e narrative che cercando di andare oltre il confine che divide intrattenimento e pura videoarte, il tempo e lo spazio.

Cenote, Kaori Oda, Giappone, 2019 (1 febbraio)

Allieva della prestigiosa quanto fugace scuola di cinema film.factory diretta dal maestro Aleksandr Sokurov, Kaori Oda realizza un documentario sperimentale che indaga il fenomeno naturale delle cenotas. Si tratta di giganteschi pozzi di roccia che viene scavata dal ciclo naturale dell’acqua, essenziali in quanto permettevano l’approvvigionamento delle popolazioni locali. Oggi sono delle attrazioni non solo per i turisti provenienti da tutto il mondo, come anche per studi e ricerche geologiche. Ma Kaori Oda non è particolarmente interessata al fenomeno scientifico in sé, quanto piuttosto all’impatto naturale e sociale che questi prodigi naturali continuano a esercitare nel nostro mondo. Cenote sconquassa così il classico reportage televisivo con uno sguardo registico unico, che aspira a quelle elegie che hanno portato Sokurov al successo internazionale, senza peccare, però, di tracotanza.

Stump the Guesser, Guy Maddin, Evan Johnson e Galen Johnson, Canada, 2020 (10 febbraio)

Il cuore pulsante del cinema di Guy Maddin risiede in un passato impossibile creato attraverso un’estetica che sembra provenire dagli archivi di una polverosa cineteca. Questa peculiarità garantisce al regista una certa libertà tematica e narrativa, che gli permette di giocare con gli stilemi di registi cinematografici agli antipodi, finendo per spiazzare immancabilmente il suo pubblico. In questo cortometraggio la messa in scena della screwball comedy viene infatti stravolta dall’ampio utilizzo dei precetti del montaggio della scuola sovietica, allo stesso tempo il codice Hays viene bellamente ignorato, liberando il film dalle catene della censura autoimposta. Tramite queste scelte di regia diventa possibile raccontare le peripezie di un indovino che si innamora della sorella perduta, deciso a sposarla grazie all’aiuto di uno scienziato che non crede alle leggi della genetica. Stump the Guesser è il perfetto punto di partenza per scoprire un cineasta che costantemente rifiuta il mondo contemporaneo e il suo linguaggio, rifugiandosi in un’estetica persa nel tempo capace di assumere forme tanto consolatorie quanto inquietanti, risultando più provocatoria e vitale che mai.

Hunger, Steve McQueen, Irlanda, 2008 (14 febbraio)

Con il materializzarsi della Brexit sono ricomparsi i fantasmi violenti dei Troubles nordirlandesi, una ferita ancora non pienamente rimarginata nella comunità irlandese. Da questa sanguinosa guerra non poteva che nascere da entrambi gli schieramenti un cinema militante, come, ad esempio, quello del documentarista irlandese Arthur MacCaig (The Patriot Game, 1978), da cui il regista americano Steve McQueen, al suo esordio cinematografico, sceglie di prendere spunto. Mette però in secondo piano i principali fatti storici, per concentrarsi sullo studio di Bobby Sands, una delle vittime più note del conflitto. Membro dell’IRA, dopo l’incarcerazione decise di intraprendere diversi scioperi della fame, nel tentativo di ammorbidire la linea durissima imposta dalla prima ministra britannica Margareth Thatcher, che consisteva nel trattare i prigionieri come criminali comuni, annullandone lo status politico. Dopo 66 giorni di digiuno, Sands muore. Il regista si concentra nella descrizione minuziosa dell’intero calvario dell’uomo, dalle cui parole scaturisce la frustrazione di un popolo oppresso da politiche miopi imposte di una delle figure istituzionali più polarizzanti della storia politica britannica. Nel tentativo di non essere parziale, McQueen si affida a una certosina ricostruzione della vicenda, in cui i fatti non vengono piegati ad alcuna delle ideologie in gioco: ne nasce una riflessione dolente su un individuo schiacciato dalle responsabilità e dall’amore per un ideale impossibile.

Uppercase Print, Radu Jude, Romania, 2020 (17 febbraio)

Ancora oggi, la Romania non ha pienamente interiorizzato ed elaborato il dramma della dittatura sanguinaria di Nicolae Ceaușescu, e per questo non mancano pericolosi simpatizzanti e nostalgici che lo rimpiangono, in gran parte senza neanche averlo mai vissuto. Così il passato viene feticizzato, trasformato in uno strumento perfetto per la propaganda nazionalsita del presente. Queste sono le riflessioni che permeano il cinema di Radu Jude già dal precedente I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians (2018), in cui una rievocazione teatrale in piazza del genocidio perpetrato in Romania viene accolta festosamente dagli abitanti di Bucharest, mentre gli esponenti politici di destra gridano alla scandalo. Sugli stessi binari si posiziona Uppercase Print, presentato alla scorsa edizione della Berlinale, che racconta la vicenda di Mugur Calinescu, l’adolescente autore di una serie di graffiti contro il regime che venne brutalmente ucciso dalla polizia di stato. Abbandonando i tomi da commedia nera che avevano caratterizzato il lavoro precedente, Jude adotta toni marcatamente sperimentali, che avvicinano il film più a un lavoro teatrale che a un’opera narrativa vera e propria. Una scelta che si rivela vincente, riuscendo a disinnescare il grande rischio dell’agiografia fine a sé stessa e terribilmente sterile, sfruttando abilmente lo strumento del dialogo – ora possibile in seguito alla deposizione del tiranno – e avvicinando la narrazione al mondo di Brecht e Corneille – come in Lezioni di Storia (1972) o Gli occhi non vogliono in ogni tempo chiudersi (1970).

Re per una notte, Martin Scorsese, USA, 1982 (21 febbraio)

L’inaspettato successo di Joker (2019) ha acceso i riflettore su una delle opere più sfortunate di Martin Scorsese, ben accolta dalla critica ma un insuccesso al botteghino: Re per una notte, che tuttavia si è guadagnato velocemente lo status di cult, formando un’ideale trilogia insieme agli altri capolavori Taxi Driver (1976) e Fuori Orario (1985). I tre lungometraggi sono accomunati da personaggi che vivono ai margini della società, portati all’alienazione dal contesto politico ed economico in cui vivono, ovvero le città statunitensi degli anni Ottanta, che stavano cambiando in fretta e divenendo sempre più povere e pericolose, mentre i ceti abbienti fuggivano in quartieri periferici recintati e perennemente controllati. La spersonalizzazione delle grandi metropoli e l’edonismo sfrenato elevato a modello dai grandi network televisivi hanno creato all’epoca mostri imprevedibili, e lo stesso sta accadendo nel nostro presente: la scomparsa graduale dei centri di aggregazione sociale ha spostato il mondo culturale e politico online, cambiandone le regole e trasformando ogni discussione in diatribe tossiche. Da qui il collegamento fra Rupert Pupkin e Arthur Fleck, che più che carnefici sono vittime di un sistema mediale fuori controllo nato da un contesto economico e sociale abbandonato dalle istituzioni. In entrambi casi l’occasione per riscattarsi davanti al mondo è il successo, derivato non dal ribaltamento del sistema corrotto ma dal tentativo di farne parte almeno per qualche minuto. Ecco che in Re per una notte la televisione preferirà accogliere la follia di Pupkin, piuttosto che mettere se stessa in discussione.

No Home Movie, Chantal Akerman, Francia, 2015 (26 febbraio)

Dall’uscita nelle sale di Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975) Chantal Akerman è diventata una delle figure più autorevoli all’interno del circuito indipendente europeo, nonostante la sua opera sia ancora oggi semi sconosciuta al vasto pubblico. Molto del suo cinema ruota attorno al concetto dell’eterno ritorno, declinato in Les Rendez-vous d’Anna (1978) come una ripetizione quotidiana di attività domestiche, mentre in News from Home (1977) è posta al centro l’incessante tensione dell’individuo verso casa, intesa come la propria dimensione d’origine, un paradiso ormai perduto. L’ultima variazione su questo tema è No Home Movie: un lungo dialogo virtuale tra la regista e la madre, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. La distanza geografica che separa le due donne innesca una tensione al ricongiungimento, un anelito che viene continuamente vanificato, relegando questo incontro a un simulacro di un ricongiungimento reale destinato a non avvenire mai.

Reminiscences of a Journey to Lithuania, Jonas Mekas, USA, 1972 (Videoteca)

Quest’opra può essere considerata il negativo di Lost, Lost, Lost, film del 1976 in cui il regista documentava i suoi primi passi a New York, scoprendo quella sua vita quotidiana e quel suo vorticoso mondo artistico di cui diventerà uno dei massimi rappresentanti. Al contrario, con Reminiscences of a Journey to Lithuania Mekas, ora pienamente consapevole del mezzo cinematografico, si focalizza sul ritorno nel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, riscoprendo e immortalando tutte quelle immagini che lo avevano colpito nel corso degli anni. Il ritorno per lui non è inteso come un percorso nostalgico verso un passato da rimpiangere, ma una scalata creativa che garantisce una seconda occasione alla memoria, per imprimervi, tramite pellicola, tutto ciò che pensava ormai perso. La riscoperta del passato permette così a Mekas di ritornare negli Stati Uniti con una nuova consapevolezza, nei confronti sia della propria famiglia che della propria arte, ponendo le basi del successivo As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty (2000), un film che cerca di condensare trent’anni di vita e ricordi che altrimenti svanirebbero per sempre.

Citadel, John Smith, Regno Unito, 2020 (Videoteca)

La crisi sanitaria e il conseguente lockdown hanno completamente fermato da quasi un anno ogni tipo di attività artistica, anche in ambito cinematografico. Molti registi hanno colto questo periodo come un’occasione per riflettere sulla propria poetica e sul mondo che circonda la loro personale pratica artistica. Tra le decine di cortometraggi realizzati sul Covid dal 2020, nessuno meglio di John Smith è stato capace di cogliere le specificità di questo periodo, soffermandosi sulla commistione tra sfera privata, politica ed economica. Come il protagonista de La finestra sul cortile (1954), il regista spia le vite dei suoi vicini di casa, mentre sul suo quartiere incombono le torri della zona finanziaria di Londra; mostra i discorsi del primo ministro inglese Boris Johnson che scandiscono le settimane, prima scettico riguardo alla pericolosità della pandemia poi sempre più consapevole della drammaticità della situazione. Smith non vuole raccontare la sua personale esperienza di lockdown, ma cogliere questa condizione condivisa per tracciare una critica caustica nei confronti del primo ministro e del sistema capitalistico vigente, decostruendo le fondamenta ideologiche della classe dirigente che governa il paese.  

Davide Rui