Voto

8

Dai genitori, sessantottini e maoisti, la trentenne Angèle ha ereditato la radicale ostinazione con cui si rapporta alla società contemporanea, tra precariato, privatizzazione e logiche produttive disumanizzanti. Osserva tutto attraverso i suoi occhi blu, immaginando intorno a lei strade e ponti – nell’urbanistica vede un mezzo concreto e immediato per cambiare il futuro – di un mondo diverso, che unisca e non che divida. Una pacatezza, quella di Angèle, solo apparente: negli eccessi d’ira che talvolta non può  trattenere, infatti, è racchiusa la frustrazione non di una ma di più generazioni (dalla Generazione X alla Y e Z). I suoi sfoghi, tutt’altro che deliranti, potrebbero essere anche i nostri, come l’“ok, boomer” contro il paternalismo stucchevole del suo ex datore di lavoro che nel comunicarle di aver scelto di assumere un nuovo stagista invece di assumerla, loda il mondo in cui ha vissuto la propria gioventù, ricco di opportunità, stimoli e aperture.

Non ci sono dubbi in lei come in noi: il mondo è storto e va raddrizzato. Ma come? La nostalgica lotta maoista del padre non può adattarsi alla società moderna; la bucolica resa della madre – ritiratasi in campagna dopo aver rinunciato alla militanza politica – e l’attivismo indefesso e anacronistico di Angèle nemmeno. Si tratta di soluzioni incomplete, placebo che non risolvono le storture del presente e, soprattutto, non lo spiegano. “Pourquoi? Pouruquoi?” si ostina a domandare Angèle alla sorella imborghesita, per costringerla a problematizzare la realtà e sospendere la pigra inerzia di una quotidianità fatta di lavoro-famiglia-figli. Ma nessuno ha la risposta a queste domande, né lei, né i genitori, né la sorella e il cognato, inseriti ma consumati dal sistema.

Giorgia Maestri