L’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) nasceva oggi settant’anni fa, con lo scopo di affrontare la tematica complessa della migrazione dall’Europa durante la seconda guerra mondiale (fuga alla quale prendono parte individui illustri come Albert Einstein e Sigmund Freud, immigrati de facto). Se di film sulla seconda guerra mondiale e sulla fuga dal Mediterraneo verso le coste oltreoceano ce ne sono a decine, di narrazioni della crisi migratoria ne possiamo contare decisamente meno, e il numero si abbassa ulteriormente se stringiamo la selezione ai titoli che hanno assurto una fama internazionale.

Ancora meno conosciuti sono i nomi di quelle persone che hanno raccontato la propria esperienza di fuga dai loro luoghi di origine, dando una forma concreta, onesta e antiretorica a quelle realtà di cui abbiamo soltanto un immaginario collettivo piuttosto vago, che lascia un segno soltanto superficiale, che non riescono a farci identificare nel dramma reale di quelle vite in continuo movimento forzato. In occasione del settantesimo anniversario dall’istituzione dell’UNHCR, eccovi una breve lista di autori, autrici e film che hanno messo in campo il proprio vissuto, nella speranza di un risveglio collettivo.

Alla mia piccola Sama, Waad Al-Kateab, UK, 2019

Entrata di diritto nella lista delle 100 persone più influenti al mondo del 2020 secondo il Time e in quella delle 100 donne più influenti del 2020 stilata dalla BBC, la regista siriana Waad Al-Kateab, classe 1991, ha ottenuto una lunga serie di riconoscimenti internazionali grazie al film Alla mia piccola Sama. Il documentario racconta la vita della regista tra il 2011 e il 2016, che da studentessa di economia all’Università di Aleppo diventa reporter per la BBC e si innamora del medico Hazma, con cui dà alla luce la figlia Sama, dedicataria del film. Tutto questo succede durante la guerra Siriana e l’assedio di Aleppo, città dove la regista vive con la famiglia proprio durante gli anni peggiori del conflitto. L’intimo documentario ha ottenuto il maggior numero di nomination della storia dei documentari ai BAFTA, vincendo il premio come Miglior documentario del 2020. Ha anche ottenuto L’Oeil d’Or al Festival di Cannes del 2019, ricevendo insieme alla statuetta un bagno di applausi lungo sei minuti. Trasferitasi nel Regno Unito e sotto copertura con un cognome fittizio per proteggere se stessa e la propria famiglia, Waad Al-Kateab continua a lavorare come reporter per la BBC, raccontando la guerra siriana grazie a un’intima e spietata capacità narrativa che le è valsa un Emmy per gli affari internazionali.

Berlin Alexanderplatz, Buhran Qurbani, Germania, 2020

Lo scorso febbraio Burhan Qurbani ha lasciato attonito l’intera Berlinale con Berlin Alexanderplatz, una rivisitazione in chiave moderna del classico della narrativa tedesca di Alexander Döblin del 1929. Il topos centrale del film, come dichiarato dal regista tedesco di origini afghane, è una riflessione sulla dignità umiliata e spesso barattata di migranti e rifugiati al loro arrivo nel paese d’accoglienza. In questa fase complessa e delicata, la sfida è quella di non perdere se stessi e la propria identità, di costruirsi una nuova normalità e di ottenere l’accettazione da parte di un popolo nuovo, pieno di pretese e pregiudizi, troppo spesso pronto a chiudere porte in faccia piuttosto che ad aprirle. Forte della testimonianza del vissuto dei propri genitori, forzati alla migrazione dall’Afghanistan in Germania durante l’invasione sovietica del 1980 con un figlio in fasce, ovvero il regista stesso, Qurbani non solo racconta con precisione le difficoltà dell’integrazione, ma si spinge a indagare l’animo di un uomo costretto ad abbandonare ogni certezza e rimettersi completamente in gioco partendo da zero. Come nel romanzo di Döblin, anche nel film l’arco narrativo presenta un nuovo inizio che cova in sé grandi speranze, ma finisce per trasformarsi in una serie di fallimenti che portano dritti a percorsi oscuri, incapaci di affrancarsi da un torbido passato. Qurbani ha investigato il rapporto tra identità e migrazione in altre opere, sia come attore che come regista, tra cui Shahada (2010) e We Are Young. We Are Strong (2014).

Human Flow, Ai Wewei, Cina, 2017

Di allontanamento forzato dalle proprie radici, Weiwei ne sa ben più di qualcosa. Cresciuto in una delle regioni più remote della Cina a causa dell’esilio del padre, dissidente politico, nel 2011 è stato incarcerato a sua volta per “crimini economici”, ovvero per aver investigato sulla corruzione degli ufficiali nella regione di Sichuan dopo il terremoto del 2008. Dopo 81 giorni di carcere, Ai Weiwei ha ottenuto il permesso di abbandonare la Cina soltanto nel 2015 e si è stabilito in Europa con la famiglia, dove diventa testimone della crisi migratoria. Dopo la creazione di diverse installazioni artistiche sul tema – come i gommoni affissi sulle facciate di Palazzo Strozzi a Firenze (2016) -, l’artista ha realizzato Human Flow (2017), ambientato sull’isola di Lesbo, oggi centro nevralgico della tratta migratoria mediterranea. In Human Flow, grazie a un occhio empatico verso la sofferenza dell’allontanamento dalla propria patria divenuta ostile, Weiwei racconta la vita dei protagonisti di questa Eneide moderna, incontrandoli a Lesbo e seguendoli per due anni attraverso l’intero globo – dalla Grecia a Bangladesh, Messico, Kenya e persino Gaza.

Lingua Franca, Isabel Sandoval, USA/Filippine, 2019

Prima regista trans a partecipare al Festival di Venezia con un film di propria produzione, Isabel Sandoval indaga il tema della migrazione e del rischio di deportazione dal paese di accoglienza. Il film, presentato anche al Divergenti Film Festival, vanta la collaborazione con niente meno che Ava Duvernay e si ispira a In the Mood for Love e alle atmosfere di Bergman. Lingua Franca racconta la storia di Olivia, badante di origine filippine dell’anziana Olga, che si ritrova a subire la minaccia della deportazione dichiarata dalle politiche restrittive di trump e aggravata dal fatto che i suoi documenti non corrispondono alla sua identità di genere. Il racconto della regista, di origini filippine stanziata negli USA, è reso ancora più intimo dalla scelta di interpretare lei stessa la protagonista, potendo così attingere direttamente ai sentimenti del proprio personale vissuto. Così, le due migrazioni della protagonista si intrecciano, ed emerge quanto la sua esistenza sia difficile: la sua costante è un’eterna difficoltà a trovare il proprio posto nel mondo, in una società che le muove guerra su tutti i livelli dell’identità

Atlantics, Mati Diop, Francia/Senegal/Belgio, 2019

Figlia del musicista Wasisis Diop e nipote del regista senegalese Djibril Diop Mambéty, Mati Diop è decisamente una figlia d’arte. La regista francese di origini senegalesi inizia la propria carriera nel 2008, come attrice in 35 rhums di Claire Denis, ma è dietro alla macchina da presa che raggiunge veramente il successo. Come regista inizia nel 2009 con Atlantiques, il corto d’esordio che le vale il Rotterdam International Film Festival’s Tiger Award. Nel 2019 con Atlantics diventa la prima regista nera a presentare un proprio film al festival di Cannes, dove compete per la Palma d’Oro e ottiene il Grand Prix speciale della Giuria. Il film racconta la storia di due giovani innamorati sulle spiagge mozzafiato del Senegal, due “Romeo e Giulietta africani”, come li definisce la regista. Ed è attraverso i contrasti della loro tumultuosa storia d’amore giovanile che Diop racconta di una gioventù senegalese spezzata e dispersa, tra chi abbandona il proprio paese per quel sogno che non è solo americano e chi invece decide di rimanere in patria, sia per paura che per stoica convinzione. Una gioventù che è perseguitata da fantasmi: i fantasmi del desiderio di una vita migliore, i fantasmi della paura dell’ignoto, i fantasmi nati dal dubbio su come sarebbe andata se avessero fatto scelte diverse. Fantasmi che tormenteranno sempre queste giovani vite, qualsiasi sentiero sceglieranno di percorrere. La peculiarità del film è data dalla scelta di attori non professionisti, ma persone arruolate dalla strada, scelte affinché non recitassero semplicemente una sceneggiatura, ma raccontassero una storia personale vissuta sulla loro pelle, superando la semplice rappresentazione e optando per la testimonianza diretta.

Gloria Venegoni