Fin De Saison (Summer is Ending), Matthieu Vigneau, Francia | Concorso

Due famiglie. Due uomini in barca. Due donne lesbiche in lite. Sono questi i folli personaggi che il regista francese Matthieu Vigneau muove davanti allo sfondo di un luogo di villeggiatura senza nome, un luogo che potrebbe essere ovunque e da nessuna parte, al limite del sogno. Ma quando un nuovo personaggio, una misteriosa cantante, entra in scena, gli equilibri (se così possono essere chiamati) degli ultimi giorni d’estate vengono rotti. Calati fin dal primo secondo in un’atmosfera ibrida e difficile da definire, tra il gotico e il grottesco, Fin de Saison (Summer is Ending) è un vero e proprio collage di generi: si parte dal musical, si passa alla commedia e si approda all’horror. Ma il musical non ha spettacolari coreografie, solo goffe e ridicole movenze, la commedia mischia la risata con l’inquietudine e l’horror non riesce a fare paura. Il risultato è una commedia dai tratti gotici dove tutto è spettacolo e dove ogni istante della vita quotidiana è una messa in scena. Tanto spiazzante quanto geniale. Una realtà dove ogni cosa è così assurda da poter essere stata sognata. 

Genius Loci, Adrien Merigeau, Francia | Concorso

Il caos è uno stato che può essere solamente guardato e ascoltato, non può essere fermato. Agisce sulle cose, è un movimento, è vivo. Questi i presupposti fondamentali per approcciarsi alle geometriche ma allo stesso tempo caotiche animazioni del francese Adrien Marigeau. Storia di una donna di colore, o meglio, storia di come una donna di colore vede il mondo, Genius Loci è anche il titolo di un saggio di Christian Norberg-Schulz sulla fenomenologia dell’architettura. Un’architettura in grado di trasformare il territorio in luogo, con la propria identità e le proprie caratteristiche, eterne o mutevoli. Le architetture del cortometraggio Genius Loci mutano eccome, non rimangono mai uguali a loro stesse, sono sfuggevoli e per questo incomprensibili. Il mondo rappresentato in Genius Loci è un mondo astratto, dove tutto, luoghi e persone, mutano in geometrie complesse che non possono essere bloccate: il cambiamento è inevitabile. 

The End of Suffering (A Proposal), Jacqueline Lentzou, Grecia | Concorso

Sofia, una giovane ragazza, soffre. Di nuovo. Questa vita e questa Terra non riescono a farla sentire a casa. Ma se la Terra non fosse effettivamente casa sua? In competizione al festival di Locarno 2020, The End of Suffering racconta, con un taglio straordinariamente inaspettato, la faticosa ricerca del posto da chiamare casa, di un luogo in cui sentirsi amati e in cui poter amare. Un dialogo surreale ai limiti della fantascienza, sopra ad immagini dell’universo e della vita così come ci viene descritta su un pianeta diverso dal nostro, costruisce la trama dell’ultima opera di Jacqueline Lentzou, nella quale la sottile voce di Sofia si confronta con un ancor più sottile sibilo indecifrabile proveniente da Marte. È il pianeta rosso, il pianeta dell’amore, il vero luogo da cui viene Sofia?

Sh_t Happens, Michaela Mihalyi, David Štumpf, Repubblica Ceca/Slovacchia/Francia | Concorso

Storia di un uomo che per professione “tappa i buchi”, risolve problemi creati dagli altri, e dell’ingratitudine della moglie nei suoi confronti, Sh_t Happens è in realtà molto di più. Diviso in quattro capitoli che ricostruiscono e svelano l’intreccio della vicenda, il cortometraggio firmato  Michaela Mihalyi e David Štumpf rappresenta, tra le altre cose, una grande allegoria: un’ideale ma imperfetta Arca di Noè popolata da coppie di animali ma anche da menefreghismo e tradimenti, una trasposizione nella vita reale del soggetto biblico, dove ogni animale può essere fatto corrispondere a un tipo di essere umano differente. Le immagini parlano senza bisogno di dialoghi, raccontando drammi, soddisfazioni e delusioni togliendone il peso, lasciandole in una fiabesca leggerezza. Tra voglie sessuali insoddisfatte, feste e solitudine, i temi affrontati sono molti. La morale è però una sola: shit happens, anche quando stai cercando di salvare il mondo. 

Uzi (Ties), Dina Velikovskaya, Germania/Russia | Concorso

Ogni saluto prima di una partenza porta con sé grandi fatiche. In una casa in campagna, la partenza della figlia dà vita a un effetto domino di confusione e distruzione nella vita dei genitori. Ma più che un effetto domino è un effetto matassa quello raccontato in Uzi (Ties): come una matassa, infatti, tutto si srotola, partendo dai mobili della casa fino ad arrivare ai genitori stessi. Con un semplicissimo filo nero che costruisce ogni cosa, l’animazione di Dina Velikovskaya riesce a rappresentare la complessità di un tema come la partenza, l’allontanamento di un legame. Un evento emotivamente difficile, così come lo sono sempre i cambiamenti, potenzialmente distruttivo, ma che può portare a soluzioni virtuose e costruttive. 

Apfelmus, Alexander Gratzer, Austria | Concorso

Due uccelli per metà umani riflettono sulla vita: perché non è mai come ce la si aspetta? Stiamo solo recitando una parte? Come sarebbe la vita se fossimo orsi polari? Intanto due guardie che sembrano uscite dal Paese delle Meraviglie sbarrano l’entrata di una grotta. Al suo interno due orsi polari proseguono le riflessioni esistenziali degli uccelli. Le malinconiche animazioni di Apfelmus, di Alexander Gratzer, riflettono sulla complessità della vita, rappresentandone allo stesso tempo la noia, i non sensi e la ridicolezza. Sdrammatizzando (ma non troppo) sul vuoto esistenziale, Apfelmus suggerisce però come la soluzione a tutti i problemi possa risiedere nel più semplice, banale e casuale degli eventi, ad esempio nell’apfelmus, una purea di mele cotte.  Una mela è caduta dal cielo: sarebbe sufficiente avere un frullatore. 

Nagot att Minnas (Something to Remember), Niki Lindroth von Bahr, Finlandia | Concorso

Due piccioni visitano uno zoo senza animali. Una lumaca va a provarsi la pressione dal dottore. Al CERN tre insetti pregano Dio: sullo sfondo le tracce di un esperimento andato male. Il filo rosso che li unisce è una cantata funebre e senza speranza. Con uno scenario desertico e apocalittico che lascia alludere ad un imminente catastrofe, Niki Lindroth von Bahr rappresenta un commovente addio al mondo che conosciamo nel disperato tentativo di conservarne un ricordo. Presentato alla Berlinale 2020, Nagot att Minnas (Something to Remember) è fatto degli illusori toni di una fiaba popolata da animali parlanti. La regista finlandese mostra sei momenti, sei voci, sei ricordi della vita di tutti i giorni che prosegue ignorandone l’imminente fine. Non è l’umanità a doversi salvare: al nostro posto animali di ogni tipo si confrontano con sfide più grandi di loro stessi. Ma quegli animali, in fondo, potremmo essere noi. 

T, Keisha Rae Witherspoon, USA | Concorso

“Create or die”, questo il motto del primo dei tre personaggi seguiti dalla macchina da presa di Kiesha Rae Witherspoon nel suo ultimo cortometraggio T. Acclamato al Sundance e vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino, T segue con sguardo documentaristico attimi di vita di tre partecipanti al T Ball di Miami, cerimonia in cui comunità afroamericane si riuniscono per celebrare i loro defunti con originali t-shirt e creazioni di ogni tipo. Ma l’occhio del documentario non è l’unico modo con cui la regista americana racconta l’evento. Con scelte stilistiche quasi sperimentali, Keisha Rae Witherspoon riesce ad ampliare il discorso: prima all’America intera, poi all’universo. Realizzato nel 2019, T è quest’anno più attuale che mai: sullo sfondo di un’America divisa in due colori, il rosso e il blu, T sembra essere un inno alla cultura e alle tradizioni della comunità di colore americana, perfettamente in linea con il 2020 che, tra le altre cose, è anche l’anno del #blacklivesmatter. Finalmente il piccolo capolavoro americano arriva sul grande schermo anche in Italia. 

Dcera (Daughter), Daria Kashcheeva, Repubblica Ceca | Concorso

Padre e figlia si ritrovano in una sala di ospedale. I ricordi affiorano, anche e soprattutto i più dolorosi. L’episodio d’infanzia della figlia che tenta di accorciare la distanza emotiva dal padre attraverso il tentativo di salvare un uccellino malato diventa simbolo e rappresentante di un intero rapporto durato una vita, una vita di distanze emotive che costringono la bambina a rifugiarsi in un mondo immaginario dal quale però è costretta ad uscire sempre troppo presto. I colori desaturati delle animazioni di Dcera (Daughter) di Daria Kashcheeva, nominato agli Oscar come miglior cortometraggio d’animazione, trasudano quella malinconia e quelle mancanze che costituiscono il vero e proprio scheletro del film. I toni sono quelli dei grigi, delle terre, ma con una punta di rosso: nulla è irrimediabile. 

Celle qui porte la pluie (She who wears the rain), Marianne Metivier, Canada | Concorso

Agnès è una giovane ragazza alle prese con l’elaborazione di un lutto continuamente rimandato: il padre è malato terminale e non sembra rimanergli ormai molto tempo. Intanto la vita va avanti, tra tempi morti e banalità quotidiane che non si fermano nemmeno davanti al più  grande dei dolori. Passato dalla Berlinale, Celle qui porte la pluie (She who wears the rain) racconta con spiazzante realismo un mondo sospeso in un limbo tra sogno e realtà. Un mondo semi-immaginario che riesce a rappresentare, grazie alla regia di Marianne Metivier, quello stato di sospensione di chi non ha né certezze né dubbi, tra la rassegnazione e la speranza. Quella di Agnes è uno spazio-tempo sospeso, in cui nulla effettivamente scorre, tra il sollievo di avere ancora un padre e lo strazio della consapevolezza che il tempo stia per scadere. 

Supereroi senza superpoteri, Beatrice Baldacci, Italia | Concorso

Beatrice Baldacci ci conduce in un viaggio all’interno della sua infanzia cercando di ricomporre l’immagine sfuggente di una madre scomparsa troppo presto. I ricordi come la qualità delle immagini, recuperate da Home movies della famiglia, appaiono confusi e sfilacciati in una sintonia visiva struggente che per certi versi recupera le atmosfere di Sans Soleil. Il film si inserisce perfettamente in un filone del cinema italiano capace di riflettere sul passato e la sua estetica. La scomparsa di mia Madre e Un Mito Antropologico Televisivo come Supereroi senza superpoteri ci fanno riflettere, utilizzando immagini di repertorio, sulla possibilità del cinema di salvare o di distorcere un ricordo. Purtroppo, a causa della brevità dell’opera, il cortometraggio non approfondisce mai i temi che vengono presentati nei primi minuti fallendo nell’immergere lo spettatore nel contesto raccontato. Non bastano poche immagini televisive di repertorio per riesumare un mondo con un’estetica visuale ben codificata che ormai appare aliena ai nostri occhi. Ci perdiamo, nel bene e nel male, in un passato storico recente che appare ormai remoto in un mondo digitalizzato.

Darling, Saim Sadiq, Pakistan | Concorso

Darling unisce meticolosamente lo sguardo tipico della docu-fiction alla tradizione bollywoodiana offrendo uno sguardo sincero e mai malizioso sulla comunità LGBTQ+ in Pakistan. L’intera vicenda ruota attorno al timido Shani, ballerino in un locale, che cerca di far ottenere un posto alla compagna Alina trovando solo la transfobia dei colleghi e la reticenza del proprietario che vede l’intera questione come problematica. La dualità, il ricercato realismo e la finzione estrema del musical, che permea la messa in scena non rende mai troppo melodrammatico un soggetto che poteva finire scaturire in pura pornografia del dolore. Purtroppo le felici trovate registiche e una buona sceneggiatura non trovano ampio sfogo nel formato del cortometraggio. I temi presentati avrebbero meritato senz’altro un approfondimento ulteriore.

Symbiosis, Nádja Andrasev, Ungheria/Francia | Concorso

Quello che sembra inizialmente una banale riflessione sulla gelosia e il tradimento si trasforma in un’acuta analisi sulla curiosità sessuale.  Attraverso un sapiente utilizzo dell’animazione a tecnica mista Nádja Andrasev mette in scena un universo pulsante e realistico in cui tutti gli stereotipi legati allo sguardo femminile si dissolvono in una parata di simboli e significati nascosti che arricchiscono ogni sequenza del cortometraggio. Il mondo che viene portato in scena mette al centro l’io individuale il cui unico scopo è il compimento di tutti i desideri reconditi. Questo modo narcisistico di vedere la vita genera personaggi ambigui che mai potremo comprendere pienamente; misteriosi e affascinanti quanto repellenti. Esseri privi di qualsiasi legame stabile che si muovono in un mondo così abitato ma allo stesso tempo desolato: un ragionamento presente anche in un’altra opera in competizione, Empty Places di Geoffroy de Crécy.

Family Plot, Shuichi Okita, Giappone | Concorso

Il cinema di Shuichi Okita si inserisce sulla stessa linea d’onda di altri registi giapponesi maggiormente conosciuti in occidente come Naomi Kawase o Hirokazu Kore’eda interessati nel raccontare un paese in perenne cambiamento capace di rinnegare il passato per abbracciare una modernità frutto della globalizzazione. Family Plot si concentra su contrasto fra gli anziani e i giovani attraverso il tentativo disperato del protagonista di rubare la connessione a internet a una coppia di anziani padroni del suo appartamento. I motivi che spingono il personaggio ad agire sono principalmente egoistici basati su una visione del mondo individualistica e lontana da contatti personali e umani. D’altro canto i due anziani vivono in una vita monotona abbandonati a loro stessi da un figlio ormai grande. Sono alla ricerca di un calore umano che diventa un bisogno essenziale. Questo contrasto fra due modi di vivere e pensare la vita viene rappresentato intelligentemente dalle differenti architetture che fungono da palcoscenico per l’intera vicenda. Simboli di un passato ormai alla frutta e di un futuro spaventoso.

Postcard from the End of the World, Konstantinos Antonopoulos, Grecia | Concorso

Le vacanze di una normale famiglia vengono sconvolte da un evento improvviso e catastrofico che mette a dura prova gli equilibri già precari della coppia bloccata in un remoto arcipelago greco. Antonopoulos segue esteticamente la New Greek Weird Wave, ormai un sottogenere cinematografico codificato e ricco di esponenti di spicco, e guarda contemporaneamente alle atmosfere isteriche e amare del cinema nordeuropeo e in particolare di Ruben Östlund. Non ci sono poi molte differenze fra il capofamiglia di Forza Maggiore che in un momento di difficoltà abbandona il nucleo familiare e il protagonista dell’opera greca inerme davanti alla distruzione dell’ordine quotidiano. L’evento misterioso è un MacGuffin essenziale per evidenziare i limiti di una coppia che si trascina inerte in un matrimonio in crisi in una società “civilizzata” che ha perso tutti i valori etici e morali. Quello che si augura il regista è un ritorno alla natura e al caso: gli unici antidoti per un mondo ossessionato dall’organizzazione.

Clean With Me (After Dark), Gabrielle Stemmer, Francia | Concorso

L’espressione idiomatica inglese Down the Rabbit Hole riassume perfettamente l’interessante cortometraggio di Gabrielle Stemmer. Una semplice e innocente ricerca che porta a risultati inattesi per certi versi disturbanti e profondamente personali. Un’esperienza che è senz’altro capitata a tutti girovagando per Youtube o Instagram finendo nel lato oscuro di internet. Attorno a questa premessa viene costruita l’opera che prende come punto di partenza una serie di vlog in cui diverse casalinghe si divertono nel mostrare la loro abilità nella gestione e pulizia della casa. Questi video che possono apparire totalmente normali nascondo un lato oscuro che diviene sempre più visibile proseguendo con la ricerca. Il risultato di queste ricerche sono le dolorose storie di donne sole e trascurate spesso con figli e mariti assenti in quanto arruolati nell’esercito. Tutte soffrono psicologicamente e l’unica valvola di sfogo sono quelle faccende domestiche apparentemente banali durante le quali si riprendono cercando di essere felici. Queste storie, non fabbricate per il cortometraggio, evidenziano un problema diffuso che colpisce donne alienate in quartieri dormitorio.

Revolykus, Orozco Ramirez Victor, Germania/Messico | Concorso

La ristrutturazione della casa del regista messicano in un piccolo villaggio della Germania rurale offre il pretesto perfetto per un’atipica riflessione sulla storia recente che verte in larga parte sul ruolo dei flussi migratori nelle società contemporanee. La sporcizia sollevata dai lavori necessari per rendere la casa un rifugio migliore simboleggia tutta la violenza e l’odio che nell’ultimo decennio ha permeato tutti gli schieramenti politici. La rabbia non nasce dalle echo-chamber di internet ma è un fantasma già presente dall’11 settembre che si è rafforzato durante le spedizioni militari americane in Medio Oriente. La popolazioni è sospesa fra due mondi agli antipodi: il reale e la rete. Internet rimane ancora oggi quel luogo in cui l’attivismo è così progressista da perdere progressivamente il contatto con la realtà: una rapida fuga. un safe space, dal dolore e dalle ingiustizie ancora presenti. Proprio per questo il regista preferisce rinchiudersi nella propria casa piuttosto che uscire affrontando così un paese razzista e diffidente che dopo tanti anni ancora lo vede ancora come una minaccia.

Chiara Ghidelli e Davide Rui