Il 27 marzo 1963 nasceva Quentin Tarantino. Dopo alcuni progetti minori, Tarantino esordisce ufficialmente nel 1992 con Le Iene, data che segna l’esplosione del “fenomeno Tarantino”. Con i suoi lavori il regista di Knoxville dimostra che è possibile giocare con i generi come fossero pezzi di un puzzle, rompendoli e rimontandoli senza curarsi di rispettare le tradizionali classificazioni cinematografiche.

Fin dalla sua prima pellicola è evidente l’intenzione di Tarantino di muoversi controcorrente, costruendo un proprio originalissimo stile. Ne Le Iene, infatti, che si presenta come un film d’azione, il regista preferisce concedere uno spazio preponderante a dialoghi dalla lentezza ipnotica, arrivando addirittura a omettere la rappresentazione dell’evento scatenante la vicenda (la rapina dei reservoir dogs), che viene svelato solo progressivamente attraverso una sceneggiatura frammentata. I personaggi de Le Iene vengono sempre mostrati in completo nero e camicia bianca, una sorta di divisa tarantiniana che sembra il frutto di un incrocio parodico tra gangster e Blues Brothers. Tratto caratteristico del cinema di Tarantino è proprio quello di giocare con le rappresentazioni stereotipate, mostrando personaggi in apparenza standardizzati che finiscono per muoversi e parlare in modo inaspettato, creando uno scarto a tratti esilarante, a tratti sconcertante.

Ma il tratto per cui Tarantino è principalmente noto al pubblico è la costante violenza nei suoi film: “Mi piace l’idea che il pubblico rida e poi il minuto dopo – boom! – ci sia sangue sui muri”. La violenza viene sempre mostrata da Tarantino in chiave pop e fortemente estetizzata, con uno stile che omaggia i gangster movie, i film ninja, il western e il noir; generi che il regista rivisita in chiave pulp e affianca a colonne sonore che spesso sottolineano queste derivazioni e guidano il pubblico verso la lettura del film.

Tarantino è noto anche per i suoi numerosi omaggi ai B-movie e ai film exploitation, dai quali il regista attinge liberamente per creare un’equilibrata miscela tra “alto” e “basso” cinematografico. L’esempio più evidente in questo senso è Jackie Brown (USA 1997), interpretato da Pam Grier nei panni della protagonista, attrice diventata famosa negli anni ’70 proprio per aver interpretato film blaxploitation e women in prison.

Oltre alla violenza l’altro elemento cardine del cinema di Tarantino è il cinema stesso. Prima commesso in un videonoleggio, poi attore, sceneggiatore e infine regista, Tarantino è sempre stato un grandissimo cinefilo. Più volte ha infatti dichiarato di usare il cinema come “filtro per leggere la realtà in un’ottica realistica e fittizia al tempo stesso”, come una lente attraverso cui mostrare fatti e situazioni a tratti perfettamente plausibili, a tratti volutamente artificiose. Questa poetica, unita alla magistrale tecnica di regia, rende i film di Tarantino credibili ed entusiasmanti, anche quando gira scene moralmente orribili come gli esagerati spargimenti di sangue di Kill Bill (USA 2003/2004), i falsi storici di Bastardi senza gloria (USA/Germania 2009), l’uso reiterato del termine “negro” o le onnipresenti scene di tortura.

In questo continuo oscillare tra realismo e finzione, agli spettatore di Tarantino non resta che amare o detestare i suoi film, ma non rimanere indifferenti. Considerato uno dei registi più influenti della sua generazione, Tarantino è riuscito a caratterizzare i suoi film con un’impronta personale e sempre riconoscibile. Per dirlo con le parole di Tarantino stesso: “Metà del pubblico sghignazza, l’altra metà vorrebbe sprofondare nella poltrona”.

Alessia Arcando