Negli ultimi due anni il panorama musicale italiano è mutato radicalmente. Lo tsunami trap si è auto-consacrato pilastro portante dell’industria discografia. Come recita Salmo in un verso della sua ultima fatica, Playlist: “I vecchi scoreggioni della pop music sono in difficoltà, sono confusi, in classifica per primi solo i rappusi”. Un’ondata di innegabile talento ha invaso le produzioni italiane, ma dove ha avuto origine? Da dove arriva questa urgenza espressiva che è esplosa negli ultimissimi anni? E chi c’era prima di Ghali e Sfera, prima della Lovegang e della DPG?

Una Golden Age dell’hip hop c’è stata anche in Italia, e ha fatto da incubatrice a quelle sonorità e quell’attitude che hanno costituito le fondamenta del fenomeno trap. Eccovi allora i 10 migliori album di quel periodo, senza i quali niente di ciò che ascoltate oggi sarebbe potuto succedere.

10. Mi fist – Club Dogo, 2003

Si dice che Guè Pequeno sia come il vino buono: migliora con il passare del tempo. Ascoltando Mi fist si può aggiungere che in questo caso anche la vite è di ottima fattura. L’esordio dei Club Dogo è una gemma rara nel panorama del rap italiano: un disco maturo e deciso, condito da una serie di campionamenti di musica soul anglosassone di vecchia data dal sapore fino. È proprio l’uso sapiente di questi campionamenti a sorprendere. Un anno dopo uscirà The College Dropout di Kanye West, un artista che quel tipo di campionamenti l’ha reso un marchio di fabbrica, guadagnandosi una pioggia di Grammy. Sì, avete capito bene, un anno dopo e non prima.

9. Fabiano detto Inoki – Inoki, 2005

Dalla biografia di Inoki si evincere una certezza: è stato un predestinato. Il padre era uno degli eroinomani di Amore Tossico, il film culto di Claudio Caligari del 1983. Prima di andarsene battezzò il figlio con gli Assalti Frontali, storica formazione rap romana. Dopo una serie di spostamenti Inoki si stabilisce definitivamente a Bologna, che nella metà degli anni ’90 era il posto ideale per chi, come lui, nutriva una naturale inclinazione verso l’hip hop. Fabiano detto Inoki è l’album la Golden Age di cui sopra. Si tratta di un disco malinconico, intimo, all’interno del quale molte tracce parlano di un passato che oramai sta scomparendo e di cui Inoki, uno che per l’hip hop ha dato la vita perché l’hip hop la vita gliel’ha salvata, è il portavoce: nei suoi versi racconta un mondo, quello della strada, che nessuno oggi vuole più raccontare. Da bravo maestro, però, Inoki ha elargito importanti insegnamenti alle nuove leve, insistendo sull’importanza di non bruciarsi troppo in fretta, come successe a suo “fratello” Joe Cassano. Un disco profondo e a tratti politico, consapevole del ruolo sociale che può avere. Chapeau.

8. Classe 73 – Bassi Maestro, 2003

Per molti è il disco della maturità di Bassi Maestro, un gigante che non sembra farsi scalfire dal passare del tempo. Bassi è il rapper italiano più prolifico di sempre. 18 album in studio, 33 mixtape, 3 raccolte e 6 Ep. Non solo, è forse l’unico rapper italiano che in 25 anni di carriera non ha mai tradito se stesso, mantenendo coerenza e fede rispetto alla propria identità musicale. Classe 73 è un disco di riflessioni di un rapper cresciuto, che sa esattamente cosa vuole dire a chi lo ascolta. Le metriche sono ineccepibili: se esistessero dei cataloghi di musica hip hop, questo album starebbe nella sezione “manuali su come si canta il rap“.

7. Scienza doppia H – Colle Der Fomento, 1999

Questo album è una lettera di amore e rispetto verso la Città Eterna. Dopo l’uscita dal gruppo del Piotta, i reduci sfornano un disco che ogni amante dell’hip hop vorrebbe fosse stato registrato nella propria città natale. I testi dei Colle trasudano un senso di appartenenza innato verso le strade della capitale, con la consapevolezza di chi sa che è grazie a quelle storie di emarginazione che il rap esiste. Quattro album in 25 anni di carriera testimoniano che i Colle Der Fomento hanno aperto bocca soltanto quando sentivano di avere qualcosa da dire.

6. Dio lodato – Joe Cassano, 1999

Disco postumo alla tragica scomparsa del rapper, avvenuta all’età di soli ventisei anni. Dio lodato è stato completato dal fratello, che ha voluto tributare Joe per il suo talento e il ruolo chiave che ha ricoperto nella diffusione della cultura rap nel nostro paese. Figlio di padre Newyorkese, Joe Cassano non riuscì a completare l’università, dove si stava laureando in psicologia, ma lasciò in eredità un disco manifesto che testimonia la profondità della sua persona e la particolarità di un timbro vocale unico nel suo genere.

5. Così com’è – Articolo 31, 1996

Gli Articolo 31 sono il primo gruppo che ha reso possibile una diffusione su larga scala dell’hip hop nel nostro Paese. Così com’è rimane tutt’oggi il disco rap italiano più venduto di sempre, il primo a finire su tutte le radio e a divenire un fenomeno di massa. La ricetta di un successo simile è semplice: sfornare un album di sole hit, una diversa dall’altra, con delle strumentali pazzesche che fluttuano tra svariati generi. Di J-Ax si possono dire tante cose, ma una non la si può negare: è un genio pop. Un featuring con Lucio Dalla nel lontano 1996 è soltanto una delle tante mosse azzeccate da un artista che non sembra smettere di avere fame.    

4. Napolimanicomio – Clementino, 2006

L’habitat ideale per l’hip hop è costituito da periferie abbandonate, gang criminali e abuso di sostanze stupefacenti; vedi la Brooklyn degli anni ’80. L’ecosistema urbanistico italiano corrispondente non può che essere Napoli. Eppure bisogna aspettare il 2006 perché il capoluogo campano sforni perle degne di nota, quando Clementino esordisce con un album magistrale: dopo aver dimostrato il suo talento nelle sfide di freestyle di mezza Italia, se ne esce con un album composto da 20 tracce che fanno dimenticare tutti gli anni di mancato apporto partenopeo alla scena rap.

3. Turbe giovanili – Fabri Fibra, 2002

Chiudendo gli occhi e pensando all’hip hop, il rimando immediato va alle periferie degradate delle grandi metropoli. Ma l’Italia è una nazione provinciale, fatta di paesani che affondano le proprie radici nella famiglia e nelle tradizioni. È strano pensare che a fine millennio il gruppo rap più originale sulla scena proveniva da una piccola cittadina della riviera marchigiana. Scordatevi le guerre tra gang, perché sicuramente a Senigallia non c’era niente di tutto ciò. Fabrizio Tarducci, in arte Fabri Fibra, ha saputo guardarsi dentro, scavando in quelle Turbe Giovanili che trascendono la propria provenienza, perché universali. Il primo album solista di Fibra, dopo lo scioglimento degli Uomini di Mare, è un diario intimo dai ritmi lenti e meditativi.

2. La calda notte – Noyz Narcos e Chicoria, 2005

Il Truceklan è forse l’unica espressione di gangsta rap credibile mai esistita in Italia. Dopo il folgorante esordio Non dormire, Noyz firma il suo secondo album con Chicoria. La calda notte è un viaggio pieno di rabbia e rancore nell’oblio della periferia di Roma: come Dante e Virgilio si calano nell’inferno di una capitale edonista e malvagia, dove l’unico fine esistenziale è quello di dare sfogo alle proprie pulsioni, senza curarsi degli altri. Non c’è alcuna retorica o inclinazione pedagogica nei testi di Noyz e Chicoria, ed è per questo che, ascoltando i contenuti della trap odierna, La calda notte rappresenta un manifesto lungimirante.

1. Neffa e i messaggeri della dopa – Neffa, 1996

Universalmente riconosciuto come la crème de la crème dell’hip hop italiano, il Neffa di Neffa e i messaggeri della dopa è flow allo stato puro. La sua voce è un tutt’uno con i beat lenti e armonici creati da Deda e Dj Gruff. L’album trascende i limiti di contenuto che la strada, molte volte, impone ai rapper e si smarca dall’esigenza di mandare un messaggio di odio o di ribellione: Neffa e i messaggeri della dopa è come una jam di un gruppo di ragazzi che decidono di cantare strofe in rima su una base. L’hip hop nella sua essenza più autentica e primordiale, perché non soffre della restrizione di dover rivolgersi a un pubblico. Non a caso la prima press del vinile si trova usata a più di 500 euro.

Eric Porcelluzzi