La scena hip hop mondiale presenta una tale varietà di materia musicale e di contenuto da produrre spesso un’insolita confusione. Di recente, Gué Pequeño ha affermato una verità lampante: “Oggi l’hip hop si guarda, fra’, non è più d’ascoltare”. Tutto è diventato estetica, immagine e immaginario. La proposizione visuale del prodotto conta come rappresentazione culturale dell’essenza del prodotto stesso, e ciò costringe di continuo a rivalutare i parametri di apprezzamento secondo una nuova legenda. Questa cosa, da sempre vera, sembra diventare ancora più evidente con la cosiddetta new school dell’hip hop, ormai traviata dalle imprevedibili mode della scena trap, probabilmente per via della rivoluzione contemporanea del digitale che ha una forza unica nell’influenzare il subconscio collettivo. In questa situazione, è necessario arginare la spazzatura. Capire cosa è musica e cosa è cultura e poi capire dove le due cose si uniscono, dove si separano. I Brockhampton non solo ritraggono la più rinfrescante realtà dell’hip hop moderno, ma costituiscono un rinnovo sonoro e concettuale in itinere, in un mondo che oggi più che mai sembra attirare i vizi e i problemi etico-sociali del contemporaneo.

Nati su una piattaforma digitale (un forum di fan di Kanye West) e dunque integrati in una logica millennial e indipendente della musica, i Brockhampton sono una formazione eterogenea di una quindicina di membri, una serie di personaggi unici, ognuno con un proprio savoir faire e proprie ossessioni, come le macchiette dei protagonisti delle serie TV statunitensi. Pensiamo, per esempio, a Friends, con Ross il collezionatore di divorzi, Chandler il cinico dal cuore d’oro, Joey l’ingenuo latin lover, Monica la maniaca del pulito, Phoebe la musicista svampita e Rachel la bella e viziata. Egualmente in Brockhampton ci sono Kevin Abstract, il leader, selvaggio cantore di ritornelli e apologeta dell’omosessualità nell’hip hop, Joba, cellula impazzita del gruppo, tormentato ed eclettico vocalist dal cuore R&B e dall’animo hardcore, Merlyn, una scatenata e anarchica bestia black power distaccata dal sistema per scelte retoriche e ritmiche, e poi il brutalmente onesto Matt Champion, il poeta urbano Dom McLennon, Bearface, Ameer Vann, e altri: una marea, non solo di producer ma anche designer e manager, membri ufficiali del gruppo, che rendono il collettivo Brockhampton una squadra a 360°, attenta in egual moda ai vari aspetti della proposta artistica, dal suono al video, dall’immagine pubblica al marketing, in modo non dissimile a Odd Future.

Sono di età diverse, di varie etnie e con eteogenei retroterra musicali. Ad esempio, Joba porta nella produzione e nel mixing strutture “in movimenti” derivanti dalla sua formazione classica, mentre alle origini pakistane di Romil Hemnani, uno dei produttori, si devono le influenze mediorientali nel suono di alcune canzoni (in particolare FIGHT). Ma, soprattutto, si autodefiniscono una boy band, anzi, “the biggest boy band in the world” o addirittura “the best boy band since One Direction”. Le etichette interne della scena musicale sono spogliate del loro senso originario e integrate in un nuovo linguaggio, che supera l’identità del prodotto manierista o meramente postmoderno con un’energia che buca gli schermi e gli altoparlanti. Trovando un improbabile incrocio simbolico tra Nsync e Wu-Tang, il gruppo di Kevin Abstract nel 2017 ha firmato una trilogia di album, SATURATION I, II e III, che costituisce probabilmente il più compatto e versatile sforzo concettuale nel rap mainstream odierno, sfidando anche i recenti progetti di Kanye West, JPEGmafia, Danny Brown e clipping. La narrazione interna dell’album è raccontata nei videoclip dei vari singoli, che hanno un’estetica peculiare: spesso piani sequenza, formato 4:3, grana da pellicola 16mm impressa sull’immagine digitalizzata e diverse intro in cui il web designer Roberto Ontenient, co brevi sketch in spagnolo, proietta i cantanti in un caotico mondo narrativo, come minacciosi criminali che turbano la regolarità del flusso degli eventi, la pulizia dell’immagine, il ritmo coordinato del mondo noioso.

In tutti e tre i dischi si alternano varie categorie di canzoni che si ripetono con una struttura quasi matematica, dall’apertura aggressiva (HEAT, GUMMY, BOOGIE) ai ritornelli pitchati verso l’alto di Kevin che imita M.I.A. (FAKE, JELLO e la pseudo-suite sperimentale SISTER/NATION) fino agli skit e alle tracce d’interludio, alternando sempre una sonorità violenta con una serie di canzoni melodiche e soul (MILK, FACE, GAMBA, BLEACH), che curano il lato intimista degli MC con modalità più dolci rispetto ad alcuni brani più crudi come JUNKY; e poi ci sono vie di mezzo, come QUEER, o BUMP, che è per metà un pezzo industrial hip hop e per metà una ballad à la I’m So Tired dei Fugazi. Nel primo album tutti i brani hanno per titolo una parola di 4 lettere, nel secondo di 5 e nel terzo di 6; ciò se escludiamo l’ultima canzone del primo album, WASTE, l’ultima del secondo SUMMER e l’ultima del terzo TEAM, tutte e tre tracce prevalentemente cantate e curate da Bearface, l’anima emo della band. Il finale di TEAM si collega per suoni a HEAT, creando una struttura uroborica che fa sembrare già distante, iconico e dotato di infinite potenzialità questo piccolo grande progetto così recente. Il volto sulle copertine dei tre album è quello di Ameer Vann, il più classico storyteller tra i rapper del gruppo, scacciato nella primavera del 2018 per accuse di molestie sessuali.

SATURATION è un simbolo che è nato e si è spento con una luce unica e una grossa ferita aperta. I Brockhampton da subito si sono incaricati di un nuovo tipo di immagine di mascolinità, di un modus operandi braggadocio e conscious, in cui gli MC si confessano e si tolgono le maschere pur continuamente costruendone di nuove, per omologarsi tra di loro o per rinnovarsi e rimettersi in discussione. Con questo scandalo, tuttavia, non si è dissolta ma si è rinforzata l’iridescente boy band, che non ha perso fiducia in se stessa e ha continuato a proporsi come macchina generatrice di talento. Durante l’estate sono uscite ad esempio due canzoni, l’OutKast-iana 1999 Wildfire e 1998 Truman, che nei rispettivi videoclip rappresentano due diverse declinazioni di una virilità fuori dagli schemi perlomeno nell’hip hop, con Joba che piange da una parte e Kevin che twerka dall’altra, senza sbandierare le classiche ragazze svestite ma anzi deformando le immagini verso conflitti interni, in formati che si allargano. iridescence, il primo disco con la nuova etichetta discografica e senza Ameer, è comunque un disco personale, non asservito alle richieste dei fan; dà grandissime soddisfazioni soprattutto grazie alla versatilità di Joba (in WEIGHT, District, J’OUVERTt, TONYA), sempre sincero nei testi come nel suo epocale verso in JOHNNY. Con l’intensa traccia FABRIC, in cui la voce distorta di Kevin abbraccia e innalza un martellante beat impossibile da categorizzare, si conclude un disco meno riuscito dei tre predecessori ma che dimostra una maturazione umana.

Il rap dei Brockhampton è destinato a diventare una fabbrica grande e ambiziosa, un oggetto antidogmatico che abbatte barriere sociali e identitarie nel pop. Auguriamo loro un brillante futuro con le parole incisive di Merlyn, che al primo concerto senza Ameer ha cambiato leggermente il proprio verso in JUNKY, ricordandoci che l’hip hop non è solo musica per teppisti ma anche per sognatori, agnelli che si abbracciano alla luce del Sole: “They see men dream, they see men fallin’/But when I dream, I’m dreamin’ Brockhampton”.

Nicola Settis