All’interno del panorama mediatico, il cinema si presenta (anche) come luogo della memoria storica, che ha saputo raccontare i momenti salienti della storia di tutto il mondo, proponendo rappresentazioni e interpretazioni strettamente interconnesse al quadro sociale, politico e storico in cui sono state prodotte. Basti pensare alla Liberazione, e a quante opere cinematografiche l’hanno raccontata, dall’ambizione documentaristica del neorealismo, di cui Roma città aperta (1945) è il simbolo più alto, ai sottotesti di Novecento (1976). Se la storia è una, non si può dire lo stesso delle narrazioni audiovisive elaborate a partire da fatti di cronaca. Il risultato è una pluralità di voci mai neutrali né oggettive (e spesso neanche trasparenti), ed è nell’essere medium e non specchio che risiede il grande valore del cinema come documento storico. Il filtro che si interpone tra storia e finzione non mai è casuale né neutrale ed è anzi l’elemento cruciale su cui si fonda il rapporto i due piani e su cui si innestano i termini del rapporto tra contesto di produzione e contesto di fruizione.

Tra gli autori italiani che hanno raccontato la storia del nostro paese si inserisce Paolo Sorrentino. Dopo essersi occupato di mafia con Le conseguenze dell’amore (2004), passa alla politica per tratteggiare due ritratti di uomini di potere con Il divo (2008) e Loro 1 e Loro 2 (2018). Nelle opere di Sorrentino la voce dell’autore determina la narrazione stessa, filtrando il rapporto tra i fatti e la loro rappresentazione, e lo fa apertamente: i fatti e i colpevoli vengono giudicati, anche e soprattutto là dove non è chiaro neppure per la storia quali siano effettivamente. Ed è questa l’operazione retrostante anche a Il divo e al racconto della vita di Giulio Andreotti. L’estetica sorrentiniana tramuta la lezione di storia nel racconto di una confessione; una confessione continuamente ricercata ma mai raggiunta dal politico, intrappolato in una vita sacrificata nel nome della performance costante, nella forma di uno spettacolo retto da una sinfonia cacofonica.

Le contraddizioni dell’Italia degli anni ’90 trovano riscontro nel collage di contraddizioni musicali selezionate da Sorrentino. Il film si apre con il brano dance/elettronico Toop Toop del duo francese Cassius, in netto contrasto con lo stile solenne delle immagini che raccontano un tassello fondamentale della storia politica italiana. Un incipit che è una dichiarazione di poetica: Il divo non vuole essere un film d’inchiesta né realistico, ma il ritratto una maschera, quella di Giulio Andreotti, con la sua goffaggine e il suo dubbio senso dell’ironia. Il contrasto emerge anche dalle note dell’Allegro da Il cardellino di Vivaldi: il tono solenne della musica evidenzia ulteriormente la ridicolezza dei personaggi, più simili a macchiette cinematografiche che e a colossi della politica del secondo Novecento.

Tra le scene affiorano più volte grandi classici italiani, come I migliori anni della nostra vita di Renato Zero o E la chiamano estate di Bruno Martino: il loro ruolo è quello di consolidare una certa idea stereotipata di italianità e di identità nazionale, per ribadire la subalterità del popolo, schiacciato suo malgrado dalle trame della politica nazionale. Verso la chiusura, la colonna sonora si affida a un altro brano elettronico, questa volta tedesco, del Trio, Da Da Da I Don’t Love You You Don’t Love Me Aha Aha, come a ribadire un’ultima la presa di distanza di Sorrentino dall’ambizione di fornire una rappresentazione storicamente attendibile.

Sorrentino non si limita a mostrare i fatti storici, ma li fa ascoltare, caricandola di un’espressività estranea a qualsiasi libro di storia. Il divo è la distorsione di un fatto storico alla luce del contesto in cui viene riletto. Oggi, 23 maggio, cade il 28° anniversario della strage di Capaci, in cui fu ucciso il magistrato Giovanni Falcone. In questo contesto Il divo – disponibile su Netflix da qualche giorno – marca l’importanza dell’atto di ricordare, non solo un dovere ma soprattutto un diritto.

Sorrentino esercita questo diritto attraverso la rappresentazione spettacolare di una maschera impenetrabile, dello spettro di una confessione. Quella raccontata ne Il divo è una storia fatta di personaggi e avvenimenti nebulosi e indefiniti, coordinati da forze invisibili e per questo temibili. Lo sguardo del regista, pur non coincidendo con quello di tutti, è lo sguardo del nostro tempo, è l’accettazione che la rappresentazione non può, e non vuole, coincidere con la storia.

Chiara Ghidelli