Voto

6

Morte, tempo, amore. Giocare con i tre concetti astratti che in Collateral Beauty vengono presentati come pilastri attorno ai quali ruota l’esperienza di ogni uomo è un’operazione che comporta un alto rischio di scadere nel banale o di costruire una trama troppo pesante. Ma il pericolo viene scansato grazie a una sceneggiatura interessante e complessa, nella quale un ottimo Will Smith (Howard), nei panni di un uomo che ha visto il proprio mondo crollare come un castello di carte, annaspa nella difficoltà di accettare un trauma inaccettabile. Attorno alla tragica vicenda principale ruotano le storie di amici e soci in affari di Howard, che sgravano il peso di una storyline altrimenti insopportabile.

Tuttavia l’effetto domino (immagine più che ricorrente nel film) non viene sempre riprodotto con efficacia, lasciando in piedi qualche tassello, e la tanto auspicata chiusura circolare del film non convince. Risultano comunque interessanti alcuni spunti di riflessione sollevati dalla pellicola, che mantengono intatta la magia creatasi attorno ai “personaggi” Morte, Tempo e Amore, antropomorfizzati dal gioco di finzione su cui si reggono e infine riconvertiti nella loro dimensione astratta.

Ambrogio Arienti