Voto

9

Una delle opere più virtuose della stagione cinematografica appena conclusa, spinta da un impulso vitale, salvifico quanto divorante. Uno slancio entusiastico diretto verso l’arte e la bellezza – bellezza creatrice, rigenerante, assoluta in senso schilleriano e perfetta – che si snoda lungo i luoghi di quel passato sovietico stigmatizzato ma non sconfitto. Cold War si colloca all’apice dell’età stalinista, al termine della seconda guerra mondiale e all’alba del raffreddamento dei rapporti con l’Occidente.

Lo straordinario racconto per immagini dell’amore tra Zula e Wiktor attraversa la parabola decrescente del superpotere sovietico (1949-1964) e si imprime nel presente illuminandolo con eccezionale potenza. La musica fa incontrare per la prima volta l’insegnante e l’allieva e sempre la musica li fa ritrovare ancora, ancora e ancora, in un inseguimento vorticoso e straziante attraverso lo spazio e il tempo. Sullo sfondo del loro amore si stagliano la Polonia rurale degli anni Cinquanta, la Berlino spaccata in due, la Parigi bohémienne del dopoguerra: un rimbalzo continuo da una parte all’altra, fino all’ultima fatale sponda “dall’altra parte, dove la vista è migliore”.

Amore per la musica, amore per l’altro e per il sublime incontro tra le due cose; un’emozione in movimento – fedele in questo all’etimologia del termine, emovère, muovere verso l’esterno – e inarrestabile; un lampo fulgido che, almeno per un istante, squarcia la coltre caliginosa e si oppone al grigiore imperante.

Giorgia Maestri