Voto

9

Il diritto del più forte, La maman e la putain, Possession, Querelle the Brest, Salò, Vibroboy, The Inauguration of the Pleasure Dom, la rarissima VHS Hara-Kiri (il compendio video del magazine precursore di Charlie Hebdo), Suspiria, L’alba dei morti viventi (Zombi), Schizofrenia, Eraserhead e il libro Taxi Driver sono “Coloro che ci hanno fatti”, i dedicatari di un film le cui coordinate culturali vengono dichiarate fin dalla prima inquadratura, con i libri, le VHS e i DVD che incorniciano i video casting dei performer scelti come protagonisti del film. Non attori professionisti, a parte Sofia Boutella (Selva) e Souheila Yacoub (Lou), ma danzatori accomunati da uno stile vicino al voguing, che si ritrovano in un collegio dismesso per festeggiare la fine delle prove di uno spettacolo sotto la direzione di una nota scenografa.

Un incipit che è una dichiarazione d’intenti: un atto di protesta contro gli schemi precostituiti della società esercitato attraverso il linguaggio del corpo. La seconda parte del film non è altro che la messa in pratica di questo intento: un unico piano sequenza sensorialmente amplificato da un’estetica aptica e straniante, da una colonna sonora martellante e da una fotografia lisergica e distorta. Il perturbante che ne deriva cresce progressivamente, man mano che si manifesta l’effetto dell’LSD diluito nella sangria all’insaputa dei performer, fino a culminare in un bad trip claustrofobico, fatto di deliri paranoici inscenati da corpi che si contorcono, mortificati da piscio, vomito, sangue e bruciature, dilaniati da grida disperate. Trascinando lo spettatore in questa esperienza traumatica e “altra”, Gaspar Noè costruisce una denuncia alla civiltà contemporanea, a una società che va alla deriva verso un atteggiamento sempre più intollerante, violento e paranoico promosso nello specifico in Francia dalla linea adottata dal Fronte Nazionale. Limitandosi a far emergere il sostrato aberrante insito nella natura umana, proprio come David Lynch, Climax diviene una superficie riflettente che mette lo spettatore di fronte alla mostruosità sua e dell’intera società.

Non è infatti un caso che l’intero piano sequenza si stagli sullo sfondo del tricolore francese, all’interno di uno spazio costellato di crocifissi e simboli religiosi, dichiarando l’allegoria racchiusa in Climax e smarcando il film dalle critiche di un intento provocatorio e sensazionalista fine a se stessa. Inserendosi nel solco della New French Extremety (corrente d’avanguardia cinematografica sorta in Francia sulla fine degli anni ‘90 ed estesasi su scala europea con il nome di The New Extremism), Climax assume infatti un valore pedagogico, stimolando nello spettatore riflessioni etiche e morali tramite una manipolazione delle immagini volta a provocare nello spettatore reazioni fisiche concrete (come teorizzato da Guy Debord ne La società dello spettacolo, 1967). Se uscirete dalla sala traumatizzati e turbati, significa che l’obiettivo del film è stato raggiunto.

Benedetta Pini