Trovarsi da un giorno all’altro all’interno di un film distopico e rimanervi bloccati per quasi tre mesi ha avuto ripercussioni negative a lungo termine, che perdurano ancora oggi. Dopo la rottura dei confini domestici, infatti, la ripresa non è stata semplice, né immediata, né naturale per tutti. Già durante la quarantena, studiosi, sociologi e psicologi avevano previsto un aumento dei casi di depressione, ansia o disturbi post-traumatici, e così è stato. Il motivo è da ricondurre ai limiti fisici che ci hanno costretti a rimanere chiusi in uno spazio claustrofobico per un ampio lasso di tempo, i quali avrebbero avuto dirette conseguenze sulla nostra salute mentale. Una sensazione che il cinema ha già raccontato in decine di film, ma che una corrente in particolare ha reso la propria cifra stilistica: la New Greek Weird Wave, i cui film sono favole nere e raccontano le dinamiche dell’isolamento e dell’alienazione e le conseguenze sulla psiche umana.

Nato come cinema low budget e indipendente, lo stile asettico e minimale della Greek Weird Wave ha poi preso piede grazie al successo internazionale ottenuto da autori come Yorgos Lanthimos e Athina Rachel Tsangari, diventando prima uno stile, poi un movimento e infine un vero e proprio trend nel cinema contemporaneo. Come scrivevamo nell’articolo Il fascino indiscreto della Greek Weird Wave nel nostro cartaceo vol. IV, tra le letture critiche di questa corrente spicca quella politica, secondo cui la nuova onda greca sarebbe una risposta alla crisi socio-economica che ha investito il Paese nel 2009. Tuttavia, sulla politicizzazione della Greek New Wave il dibattito è ancora aperto e non tutte le voci sono concordi tra loro; gli stessi Lanthimos e Tsangari, oltre a non aver mai riconosciuto l’esistenza di un effettivo movimento, hanno più volte sottolineato l’universalità delle loro opere e delle categorie interpretative che propongono.

È il 2009 quando Yorgos Lanthimos vince il premio Un Certain Regard a Cannes per Kynodontas (Dogtooth), opera che apre inconsapevolmente la Greek Weird Wave, gettandone le basi estetiche, stilistiche e tematiche. Il regista mette in scena un’inquietante vicenda di una famiglia disfunzionale, le cui dinamiche si svolgono quasi interamente all’interno della casa in cui vivono. Questa rappresenta non il luogo della tranquillità e delle sicurezze famigliari, ma lo spazio della deviazione, del disorientamento, della distorsione e della perdita dei significati. I figli sono infatti cresciuti esclusivamente in quegli spazi domestici, plasmati e manovrati da un implicito regine patriarcale, subendo evidenti ripercussioni sia fisiche che psicologiche: la goffaggine marionettistica dei movimenti, la distorsione del linguaggio, l’incapacità di comprendere il mondo esterno.

Ma la casa non è l’unica ambientazione confinata e isolata della (New) Greek Weird Wave. Nel 2010 arriva infatti il film di Tsangari Attenberg, Coppa Volpi a Venezia per la protagonista Ariane Labed. In questo caso la location è un’isola, luogo del confinamento per eccellenza – che tornerà nella filmografia della regista anche nel successivo The Capsule (2012), favola gotica ibridata col fashion film. Anche in Attenberg l’isolamento è una forza invisibile che agisce prepotentemente sulla psiche dei personaggi, che si manifesta al suo apice nelle marce disorientanti e prive di significato delle protagoniste, “danze” che rivendicano silenziosamente la necessità di assumere una posizione autodeterminata e emancipata rispetto a ogni schema imposto dalla società o dall’ambiente. Nel frattempo, nel 2011, esce L, film del regista e collaboratore di Lanthimos Babis Makridis – autore del più recente Miserere (Pity, 2018) -, che aderisce in toto alla poetica e all’estetica della Greek Weird Wave di quegli anni. Nella storia del disagio di un uomo che vive esclusivamente all’interno della propria macchina, l’isolamento è di nuovo centrale.

Con The Lobster (2015) la New Greek Weird Wave conquista il pubblico internazionale, senza tuttavia rinunciare alla propria essenza e impronta stilistica. Gli spazi del film si alternano tra quelli di un soffocante hotel fuori città a quelli solo apparentemente più liberi e aperti della foresta in cui vivono i “ribelli”. Se qui gli ambienti non sembrano opprimenti come quattro strette mura di una casa o il mare che circonda un’isola, sono le regole della comunità ribelle autogestita a essere soffocanti, portando avanti la riflessione sulle limitazioni fisiche e psicologiche tipica del movimento. Infine, nell’ultimo lungometraggio di Lanthimos, La Favorita (2018), la reggia in cui si svolge l’intera vicenda si inserisce con coerenza nella poetica dell’isolamento dell’ondata. Ed è questo il luogo in cui i personaggi, di nuovo simili a goffe marionette e governati da forze invisibili, si muovono entro rigide e ferree limitazioni, come si trovassero su un palcoscenico ma straziate dall’illusione di libertà data dagli spazi apparentemente ampi della reggia.

Con inaspettate prese di coscienza finali e tentativi tragici di rompere quell’isolamento forzato e innaturale in cui si ritrovano, i personaggi di questi film mostrano che non può derivare niente di positivo dall’isolamento prolungato, ma solo portare a conseguenze violente, estreme e autodistruttive: quei corpi sgraziati e incapaci di muoversi nei loro spazi altro sono il riflesso di un essere umano psicologicamente traumatizzato dall’esperienza di una situazione che non gli appartiene e che gli è stata imposta. E anche (e soprattutto) quando quei personaggi-marionetta sanno conquistare una volontà propria, ribellandosi al regime dell’isolamento o rivendicando la propria capacità di autodeterminarsi all’interno di quegli spazi limitanti, falliranno inevitabilmente: il loro corpo porta con sé traumi ormai troppo grandi.

Chiara Ghidelli