Come da tradizione, anche questa XXXV edizione del MIX festival non è stata soltanto cinema, ma ha superato i confini del grande schermo per portare allo Strehler eventi culturali come il Book Klub, talk con attivist* e artist* su tematiche legate all’identità, performance dal vivo come quella di Sem&Stenn, il live dei Melancholia e il cabaret del collettivo queer Drama Milano con le sue gag, esibizioni di Burlesque e un’indimenticabile rivisitazione del balletto di Pulp Fiction in chiave drag. Il programma delle proiezioni di quest’anno si è dispiegato sugli schermi del Piccolo teatro Strehler e del Piccolo Teatro Melato, ma anche sulla nuova piattaforma di streaming Nexo+, avviando con MiX una collaborazione a lungo termine che prevede titoli provenienti da ogni continente, proprio come avviene ogni anno nella selezione del festival.

Le premiazioni del concorso hanno visto trionfare Feast di Tim Leyendekker (Migliore documentario), un film brillante sul caso di cronaca nera di Groeningen in cui tre uomini affetti da HIV circuivano e drogavano altri uomini per infettarli a loro volta, Sublet di Eytan Fox (premio del pubblico), che tematizza il gap generazionale tra due uomini gay che si confrontano su questioni identitarie e filosofie di vita, Aos Nossos Filhos di Maria de Medeiros (Migliore sceneggiatura), che indaga il rapporto madre e figlia esaminando le resistenze della prima sulla decisione della seconda di avere un bambino con la propria compagna, infine Gabi between ages 8 and 13 (premio MIX LaF), che mostra le difficoltà di un* bambin* che non vuole darsi alcuna definizione di genere alle prese con una società binaria che vorrebbe si inserisse in una casella che non sente sua.

A Companion, Jung Hye-won (Corea del Sud, 2020)

Una delle maledizioni peggiori al mondo è l’ineluttabile aspettativa che una madre si fa non appena sente il primo vagito della propria figlia. Non ha un impatto negativo necessariamente soltanto sulla prole, ma lo diventa anche per la madre stessa, quando si trova a dover combattere tra il desiderio di instradare sulla propria idea di retta via la figlia e la consapevolezza che quelle aspettative verranno puntualmente disattese perché quella generata è la vita di un essere umano a sé stante che, di base, nulla le deve. A Companion di Jung Hye-won ci mostra la forza ossessiva dell’incapacità ad accettare che il percorso del frutto del proprio utero sia diametralmente diverso dai sogni di gloria partoriti insieme al neonato. Nonostante una figlia affermata e indipendente viva apertamente da anni in una relazione lesbica, la madre arriva ai limiti del delirio per non riconoscere la legittimità di quella relazione. Rifiuterà di incontrare la compagna della figlia anche quando sarà a pochi centimetri dallo sbatterle addosso, si prostrerà ai piedi dei medici terrorizzata all’idea che la figlia non ancora sposata rischia di non poter procreare figli a causa delle cure, e in generale chiuderà occhi e cuore di fronte quella realtà dei fatti che la ragazza non ha alcuna intenzione di nasconderle: la sua relazione omosessuale consolidata. Non è un corto risolutorio, e più che con soluzioni alla fine lo spettatore si ritrova a dover prendere atto di quanto radicati possano essere gli stereotipi inseriti in un tessuto sociale e le fissazioni di una donna che aveva costruito aspettative e narrazioni attorno a una figura che non le ha rispettate.

Camille et moi, Marie Cogné (Francia, 2020)

Brillante documentario che non per niente si è aggiudicato il premio di miglior cortometraggio, Camille et moi ci mette nei panni della partner di una maestra delle elementari, permettendoci di seguire il loro percorso di vita insieme da un punto di vista interno alla coppia. Della protagonista non sapremo mai il nome e il suo volto ci rimarrà ignoto fino alla fine dato che la macchina da presa sarà posizionata in modo tale da darci l’illusione di vedere le scene attraverso i suoi occhi. Grazie a questo espediente, riusciremo ad immedesimarci appieno mentre riceviamo le reazioni stereotipiche dei conoscenti al suo coming out (partendo da “che spreco”, passando per “è una fase” al “ma come fanno sesso due lesbiche?”) alle reazioni quando lei e la compagna annunceranno di voler mettere su famiglia, annuncio che ovviamente scatenerà pareri non richiesti (“fate quello che volete ma sai i bambini forse no..”) fino a quando daranno alla luce il loro splendido figlio, dissipando ogni dubbio e timore tra parenti e conoscenti semplicemente con la forza dello scorrere del tempo che tutto normalizza. In prima persona vediamo proprio come le opinioni di chi sta loro intorno cambiano, come l’amore di una madre sul lungo termine possa anche guarire lo sconcerto causato dai suoi pregiudizi nei confronti dell’omosessualità, e come alla fine, è la vita nel suo scorrere a trionfare a rendere tutto, semplicemente, normale. Marie Cogné ci manda un messaggio di speranza, insegnandoci con dolcezza che alla fine è la vita a vincere su tutto, e nemmeno i pregiudizi, di fronte alla bellezza, possono sopravvivere per sempre. La storia di una famiglia queer incontrerà resistenze ma non si ridurrà mai alla tragedia quale spesso viene dipinta.

Jump, Darling, Phil Connell (Canada, 2020)

Se dovessimo usare una sola parola per descrivere questo film sarebbe “caotico”. Lo è sia nella forma che nei contenuti, con ogni probabilità perché ci racconta di un protagonista, Russell, dal momento in cui la sua vita crolla in mille pezzi per aver perso qualsiasi forma di supporto a cui un essere umano possa aggrapparsi. Senza un soldo, senza un lavoro, con i propri sogni di diventare attore completamente evaporati, Russell trova comunque il coraggio di abbandonare un compagno tanto dolce quanto subdolamente tossico che vorrebbe decidere delle sue ambizioni e instradarlo su quella che per lui sarebbe la strada migliore per risolversi i problemi di vita. L’unico porto a cui Russell può approdare è sua nonna, interpretata da una incredibile Cloris Leachman che ha recitato la parte impeccabilmente a ben 94 anni, e alla quale il film è dedicato a causa della sua recente scomparsa. Se Russell prevedeva un visita breve, in poco tempo si ritroverà ad adattarsi a questa nuova esistenza con la nonna, ad approfittare di questo tempo lontano dalle proprie ambizioni e da chi gliele vorrebbe dettare per riconnettersi con sé stesso, inciampando parecchie volte nel percorso, ma riuscendo sempre a rialzarsi. Il film ci parla della necessaria capacità di prendere atto dei propri errori e di aggiornare i propri sogni arrivati ad un punto della vita in cui siamo chiamati a riconoscere che le proprie ambizioni non sono più quelle di qualche anno prima. L’essenziale è soltanto rimanere fedeli a sé stess*, e agire di conseguenza. Ah: il back-up plan di Russell è esibirsi come drag, lavoro in cui eccelle.

Rebel Dykes, Harri Shanahan e Sian Williams (Regno Unito, 2020)

Se davvero le lesbiche “non sono donne”, come affermava Monique Wittig durante un suo seminario passato alla storia proprio grazie a questo incipit, allora le rebel dyke che hanno fondato il Chain Reaction sono la quintessenza di ciò che donna non è. O meglio: di ciò che lo stereotipo di donna non è. Libere fino al midollo, sessualmente, politicamente, spiritualmente, oltre che militanti incallite al punto da essere riuscite a superare la sicurezza dell’House of Parliament a Londra (quell’edificio con il Big Ben). Attraverso un’accurata ricostruzione storica sviluppata grazie al riassemblaggio e al restauro di materiale d’archivio, ripercorriamo la vita di questo collettivo di sole donne che nell’Inghilterra post-punk erano riuscite a incarnare nelle proprie vite l’essenza del punk e della ribellione al sistema capitalistico. Vivendo in enormi case occupate da sole lesbiche, praticando poliamore e BDSM pubblicamente durante le serata al Chain Reaction, storico club fondato da loro stesse, le rebel dyke portavano avanti un femminismo estremo sia nella propria ideologia che nella propria inclusività (trans welcome). Ma ridurre questo gruppo internazionale di donne a collettivo kink, vorrebbe dire eliminare la produzione culturale radicale concretizzata nella creazione di erotiche zine indipendenti i cui editoriali sconcertavano tanto le lesbiche più puritane quanto le femministe dell’epoca, e nella prolifica produzione musicale di alcune delle membre di questo collettivo. Che dire, Rebel Dykes è una lezione di vera radicalità.

Swan Song, Todd Stephens (Stati Uniti, 2021)

Basterebbe fare il nome di Udo Kier per confermare la qualità della pellicola e chiudere qui il paragrafo su Swan Song. Ma se proprio è necessario aggiungere altro, allora diremo che questa brillante quanto ansiogena pellicola ci fa entrare nel mondo ormai cupo di un eccellente hair stylist ormai in pensione e rinchiuso tra le quattro mura grigie di una casa di riposo, dove il suo unico minimo sollievo è poter fumare. Ormai apatico al limite del depressivo, Pat Pitsenbarger, il protagonista interpretato da Kier, riceve la visita di un notaio che gli comunica le ultime volontà di una sua ex cliente aristocratica: dovrà essere lui e nessun altro ad acconciarle i capelli anche dentro alla bara. Parte così il viaggio di Pat verso il luogo dell’eterno riposo della donna per poter esaudire il suo ultimo desiderio, nonché la propria fame di poter mettere in pratica un’ultima volta quelle doti artistiche che hanno iscritto il suo nome nella storia dell’hair styling. Nostalgico di una vita che ormai riesce solo a sognare di notte, Pat si lancia in quest’ultima impresa con il fervore di una persona consapevole di essere diretta verso il proprio finale e intenzionata ad uscire di scena con il botto. Quello che ne ricaviamo è sì una laconica lezione di vita sull’ineluttabilità di essere destinati ad arrivare ad un finale, ma anche un’incitazione a ricordarci la nostra agency sulla nostra uscita di scena. Sta a noi decidere se sfumare nelle pieghe della vita a poco a poco o sognare sino al momento del nostro ultimo respiro. Magari non il miglior film per una serata allegra in compagnia. O magari sì.

Things we dare not do, Bruno Santamaria (Messico, 2020)

Le zone rurali del Messico non sono ambienti facili in cui vivere. Lo sono ancora meno per una persona transgender. Bruno Santamaria crea una storyline mettendo insieme spezzati della vita quotidiana di una donna transgender ancora closeted che sta maturando la decisione di fare coming out con la propria famiglia. La macchina da presa quasi ossessivamente puntata sul suo viso o sul suo mezzo busto, ci permette di percepire fisicamente quel miscuglio di difficoltà, imbarazzo, paura ma anche eccitazione che pervade la protagonista mentre parla dei suoi piani per il coming out, mentre rimugina sulle reazioni che potrebbe ricevere da parte di madre, padre e fratelli. In contemporanea, osserviamo la dignità che permea gli abitanti del piccolo paesino squallido in cui vive la protagonista, spiandone le vite private, le interazioni quotidiane e gli espedienti per vivere nel migliore dei modi le proprie esistenze travagliate da povertà, fame e violenza. La pellicola ci ricorda due cose: come ci dice Preciado, la pallottola trans può colpire anche nel più inimmaginabile degli ambienti (checché ne dica chi sostiene sia una moda figlia della modernità) e che l’accettazione può essere trovata e deve essere cercata anche nei luoghi dove lo stereotipo vorrebbe fossero i meno fertili per l’accettazione.

Gloria Venegoni