Prima che la pandemia inferisse l’ennesimo, durissimo colpo alle sale cinematografiche, lo scorso 12 ottobre ha fatto in tempo a tornare in sala per qualche settimana, in versione restaurata, il lungometraggio di Nanni Moretti Caro Diario. In una celebre scena del film, il regista romano ricopia sconsolato sul proprio diario una recensione di un horror (Henry, pioggia di sangue, John McNaughton, 1986) scritta da un critico interpretato dal compianto Carlo Mazzacurati, che recita: “Il regista risveglia il suo pubblico in un incubo ancora peggiore con una doccia finale di splatter, occhi infilzati, carne martoriata: l’abominio”. Queste parole potrebbero descrivere molti prodotti del New French Extremism, un genere – ammesso sia definibile come tale – noto per l’estrema crudezza: pare che al 61ª Festival di Cannes molti spettatori, scioccati, abbiano abbandonato la sala in cui era proiettato Martyrs di Pascal Laugier, uno dei film manifesto del filone. E non c’è da stupirsi che il New French Extremism sia nato proprio in Francia, la patria del marchese de Sade, del teatro Grand-Guignol e del Théâtre cruel di Antonin Artaud.

Cos’è il New French Extremism? Alla ricerca di una definizione

Il primo a tentare una definizione del New French Extremism è stato James Quandt, senior programmer al Toronto Film Festival, che nel 2004 scrisse sulle pagine di Artforum, in un articolo intitolato Flesh & blood: sex and violence in recent French cinema: “New French Extremity, questa recente tendenza al volutamente trasgressivo da parte di registi come François Ozon, Gaspar Noé, Catherine Breillat, Philippe Grandrieux. […] Bava quanto Bataille, Salò non meno di Sade sembrano i determinanti di un cinema determinato a rompere ogni tabù, a guadare fiumi di viscere e spume di sperma, a riempire ogni fotogramma di carne, attraente o deformata, e assoggettarlo ad ogni sorta di penetrazione, mutilazione e contaminazione. Soggetti ed immagini che una volta provenivano da film splatter, exploitation e porno – stupri di gruppo, colpi di arma da fuoco, tagli e accecamenti, erezioni e vulve, cannibalismo, sadomasochismo e incesto, scopate e fisting, fiumane di sperma e sangue – proliferano nell’ambiente artistico di un cinema nazionale le cui provocazioni sono state storicamente formali, politiche o filosofiche (Godard, Clouzot, Debord) o, nella loro forma più smodata (Franju, Bunuel, Walerian Borowczyk, Andrzej Zulawski), perlomeno accostabili ad emanazioni di un movimento artistico (soprattutto Surrealismo)”.

Il critico, sottolineando le proprie perplessità, si chiedeva polemicamente: “Una sorta di spirito irredentista di istigazione e confronto, in grado di far rivivere le consacrate tradizioni galliche del film maudit […] spiega le tattiche shock impiegate nel recente cinema francese? Oppure queste indicano una crisi culturale, obbligando i registi francesi a rispondere alla morte dell’ineluttabile (identità francese, lingua, ideologia, forme estetiche) con misure disperate?”. Quandt scrisse l’articolo dopo aver visto la “violenza convulsa” di Twentynine Palms (Bruno Dumont, 2003), analizzando una corrente cinematografica all’epoca ancora priva di quei lungometraggi che ne sarebbero stati gli ideali manifesti popolari: Ils di Moreau e Palud sarebbe uscito nel 2006 e l’anno seguente sarebbero approdati nelle sale Frontière(s) di Xavier Gens e À l’intérieur di Maury e Bustillo, mentre il già citato Martyrs uscirà nei cinema nel 2008. Solo Alta tensione di Alexandre Aja aveva già visto la luce, ma Quandt lo relega in secondo piano (mentre il critico statunitense Roger Ebert lo stroncò apertamente), quasi declassandolo, citandolo esclusivamente in relazione a Carne (1991) e Seul contre tous di Gaspar Noé (1998), con cui condivide l’attore Philippe Nahon (presente anche in altri due capisaldi del New French Extremism, Irréversible di Noé del 2002 e Calvaire di Fabrice Du Welz del 2004), scomparso lo scorso 19 aprile dopo aver contratto il Covid-19.

New French Extremism: prima ondata (1999 ca)

Agli inizi, il New French Extremism era perlopiù un filone autoriale, fortemente drammatico e venato di un estremo nichilismo, anche sentimentale – si pensi a Romance di Catherine Breillat del 1999 – in cui la violenza e il sesso erano componenti non marginali, ma fondativi, espliciti e volutamente crudi: un’estetizzazione della politica autoriale secondo cui la brutalità, rappresentata volutamente in modo repellente, era il significante del mondo reale. In Dans ma peau (Marina de Van, 2002, con Laurent Lucas, attore feticcio di Du Welz) la critica al capitalismo contemporaneo è esplicita e provocatoria: la protagonista, manager d’azienda in carriera, in preda a ripetuti attacchi di inspiegabile autolesionismo, finisce per scorticarsi fagocitando la propria pelle, per evitare di venire divorata dalla società. Le provocazioni, anche estreme, si affermano come cifra stilistica del New French Extremism, e non mancano nelle pellicole della corrente: Noé ha addirittura inserito un preciso avvertimento diretto allo spettatore in Seul contre tous, un film sul malessere mentale di un uomo che, apertamente rifiutato dalla società, cerca un malsano rifugio nell’appagamento dei propri desideri sessuali con la figlia. I derelitti personaggi borderline del New French Extremism incarnano l’addolorato e alienato prototipo dell’essere umano moderno, permettendo ai cineasti di indagare gli angoli più reconditi della sua mente.

Tra le scene ricorrenti c’è lo stupro – presente anche in À ma sœur! di Breillat (2001) e nel controverso Baise-moi (2000) di Virginie Despentes e Coralie Trinh Thi, che aprì la via a una nuova generazione di cineaste – atto a evidenziare ulteriormente la mostruosità dell’epoca contemporanea. L’apice della rappresentazione abrasiva di questo elemento viene raggiunto da Irréversible, che ne mette freddamente in risalto l’assoluta ferocia. I nove minuti di violenza carnale che Monica Bellucci subisce sono una dichiarazione d’intenti: la camera immobile costringe lo spettatore a confrontarsi con qualcosa che vorrebbe tenere lontano da sé. Questo approccio, diretto e per nulla consolatorio, è affine a quello adottato dal genere horror, che permette allo spettatore di interagire a distanza di sicurezza con quegli stati d’animo che normalmente rifugerebbe, costringendolo a rompere tabù atavici. Il sesso viene rappresentato come distorto, tanto da divenire incesto – Pola X di Leos Carax (1999) – o mero oggetto di scambio – è il caso di Amanti criminali di François Ozon (1999) – o conferire irrefrenabili pulsioni cannibaliche – come in Cannibal Love (2001) di Claire Denis. Nonostante la crudezza della mise-en-scène e delle tematiche affrontate dalle opere del New French Extremism, un lungometraggio ascrivibile a questo filone ha vinto a Berlino nel 2001: era Intimacy, del prematuramente scomparso Patrice Chéreau, e fece scalpore per una scena di fellatio non simulata.

New French Extremism: seconda ondata (2003)

Il successo commerciale di Alta tensione (film splatter in cui nulla è come appare) nel 2003 chiuse de facto la prima ondata di un movimento fino ad allora d’essai e che in breve sarebbe rientrato nel mainstream. Nonostante questo passaggio, le suggestioni e le ispirazioni rimasero le medesime: La maman et la putain, Un cane andaluso, Il bacio della pantera a livello cinematografico e Georges Bataille a livello letterario (Ma mère di Christophe Honoré è basato su un racconto dello scrittore); ma a queste se ne aggiunsero di nuove, in larga parte importate dagli Usa. Pellicole exploitation o slasher, e quindi Non aprite quella porta e Un tranquillo weekend da paura, ma anche le concomitanti saghe Hostel e Saw. Alle ansie e paure umane già oggetto di analisi nichiliste nella prima ondata, si sommarono problematiche sociali che riflettevano le criticità della Francia di inizio millennio: i tumulti nelle banlieue, il razzismo endemico e un prepotente ritorno sulla scena politica dell’estrema destra (nel 2002 Le Pen giunse al ballottaggio delle presidenziali). In questo senso, Ils, ma soprattutto À l’intérieur (una delle protagoniste è Béatrice Dalle, già in Cannibal Love), sono paradigmatici: uniscono la paura dell’altro con un home invasion con elementi gore e slasher fortemente marcati, al limite dello splatter. Frontière(s), invece, porta alla luce gli scontri, anche culturali, delle periferie francesi e il passato filonazista della nazione: “Siamo andati a letto con la Germania, e la cosa ci è piaciuta” disse a suo tempo Robert Brasillach, scrittore collaborazionista e redattore capo di Je suis partout (settimanale violentemente antisemita). Anche Martyrs, il lungometraggio probabilmente più noto del NFE a causa dell’estrema violenza, non solo fisica, presente è un home invasion e presenta anche elementi di torture porn.

Questi lavori sono stati tutti immancabilmente tacciati di pretestuosità, a causa di trame ritenute banali e ricche di brutalità al limite del gratuito. Ma si tratta di una lettura semplicistica e miope – che ha attirato sui registi persino accuse di misoginia e fascisteria mentre al centro di queste pellicole ci sono figure femminili, spesso francesi di seconda generazione – incapace di cogliere i reali messaggi dei cineasti. La brutalità di Martyrs, per esempio, è in grandissima parte generata da figure che incarnano il potere in senso lato, rendendo il film una critica verso l’autorità ed infondendogli un carattere quasi anarchico. Sheitan (Kim Chapiron, 2006) e Calvaire, invece, presentano delle variazioni sul tema: il primo possiede elementi da commedia, mentre il secondo è un tetro lungometraggio grottesco sul tema dell’abbandono. Tuttavia, queste innovazioni non sono state sufficienti a rivitalizzare la seconda ondata del New French Extremism, che ha perso ben presto la propria spinta propulsiva, producendo opere tutt’altro che radicali, prive di quella furia iconoclasta che aveva animato il filone. Moreau e Palud hanno diretto il pessimo remake di The Eye, per poi approdare alla commedia; di Bustillo e Maury si ricorda solo Livide (2011); la cinematografia di Xavier Gens è ben presto divenuta banale; mentre Pascal Laugier, pur firmando prodotti apprezzabili, non ha più toccato i livelli di Martyrs (di cui ha detestato il remake americano).

Pochissimi film recenti possono essere ascrivibili al New French Extremism, di cui non si scorge ancora una terza ondata che probabilmente mai arriverà. Alleluia di Du Welz (2014) presenta caratteristiche tipiche del filone, proprio come D’Ardennen (2015), opera prima del belga Robin Pront. I più recenti Raw (2016) e Revenge (2017), firmati rispettivamente da Julia Ducournau e Coralie Fargeat, sono pellicole di un New French Extremism fuori tempo massimo: il primo potrebbe essere, per via delle tematiche, l’ultimo capitolo di una trilogia ideale costituita da Cannibal Love e Dans ma peu, mentre il secondo è puro rape&revenge.

Per chi volesse approfondire l’argomento, consigliamo alcuni libri: Films of the New French Extremity di Alexandra West, The new extremism in cinema: from France to Europe di Tanya Horeck,  Frontiers – Il cinema horror franco-belga degli anni Zero a cura di Fabio Zanello e il più generico Brutal intimacy: analyzing contemporary French cinema di Tim Palmer.