Voto

3

Chiara Ferragni – Unposted racconta la vita dell’influencer, tra pubblico e privato: un confine quasi del tutto inesistente per chi ha fondato un impero sulla condivisione via social anche degli aspetti più intimi della propria vita, basando la propria presenza nel mondo sull’immagine e sull’apparenza. Adulata da un lato e ferocemente criticata dall’altro, Chiara Ferragni è diventata un fenomeno antropologico, emblema di un mutamento della società che riguarda tutti noi. Un cambiamento che lei ha saputo monetizzare fino a rappresentare un nuovo modello di business che viene oggi insegnato e studiato ad Harvard. E lo stesso ha fatto col suo documentario: un film-evento di tre giorni che ha raggiunto il più alto numero di incassi (1,6 milioni di euro) e di presenze (circa 160 mila) nella storia del cinema italiano. Nonostante la critica abbia storto il naso, al pubblico è piaciuto. E non solo: l’esercito dei suoi follower ha fatto in modo che Chiara Ferragni entrasse nella storia del cinema italiano.

Dietro alla cinepresa Elisa Amoruso, una regista che viene dal mondo dei documentari e si è fatta conoscere per Fuoristrada (2013) e Strane straniere (2016). Non c’è quindi da stupirsi che abbia scelto di raccontare proprio Chiara Ferragni, uno dei fenomeni mediatici più rilevanti degli ultimi tempi. Peccato che il documentario sembri diretto dalla stessa Ferragni: assomiglia a un lungo spot pubblicitario o a una campagna di propaganda – come ha suggerito Mereghetti. Unposted è l’auto-narrazione di Chiara Ferragni, creata e raccontata da lei stessa e da chi le sta vicino. Non aspettatevi un documentario dallo sguardo esterno, ma una cronaca della vita e delle opere dell’influencer dal suo stesso punto di vista, confezionata con un’estetica patinata hollywoodiana pensata appositamente per il pubblico internazionale. Chiara Ferragni – Unposted alterna infatti il glamour da videoclip a una pretesa documentaristica per illustrare una vita e un immaginario attentamente costruiti in ogni singolo dettaglio. Ma del cosiddetto cinema del reale non resta che un vago alone.

Pur non avendo toni d’inchiesta, il film si presta a una serie di riflessioni che riguardano il nostro tempo, spaziando dell’emancipazione femminile alla percezione della felicità. E se si parla di affermazione e realizzazione personale, il film chiarisce che chiunque, con impegno e determinazione, può realizzare i propri sogni. Quello che è successo a Chiara Ferragni viene infatti descritto come la più stereotipata delle storie americane di chi si è fatto da sé partendo dal nulla. Peccato che si tratti solo di una costruzione mitologica e illusoria. A fomentare il racconto ci sono persino i detrattori, dagli hater al sistema della moda che inizialmente la emarginava. Tutti temi cruciali in questo momento storico, ma che il documentario affronta interessandosi solo ed esclusivamente al punto di vista di Chiara Ferragni, di una privilegiata, finendo col restituire una mera celebrazione senza risvolti riflessivi.

Per questo motivo il documentario sembra una specie di fan service che contribuisce alla costruzione della mitologia di Chiara Ferragni, più che all’analisi del fenomeno che la riguarda. Se davvero l’influencer ha un talento straordinario, è quello della direttrice d’orchestra: una donna che sa riconoscere e assoldare i migliori professionisti con cui lavorare e ampliare il proprio impero, compresa le regista e le autrici di questo film. Il risultato è un esercito fedele, che saprà portare avanti i fasti del suo successo rilanciando sempre la posta in gioco.

Anna Bertoli