1. Un debito nei confronti della verità

Secondo lo storico Alessandro Barbero la storia e la memoria non sono la stessa cosa: la prima è una ricostruzione quanto più oggettiva possibile di una serie di eventi, la seconda è un resoconto personale e soggettivo che può distorcere i fatti a seconda delle emozioni coinvolte. Il cinema non può che costruire memoria, e non storia, con il fine di restituire una narrazione emozionale o di sostenere una tesi; come la rilettura di Pearl Harbor di Michael Bay (2001). Di fronte a questo dilemma, lo showrunner Craig Mazin ha deciso di affrontare il dramma di Chernobyl con l’intenzione di mantenersi quanto più possibile aderente alla realtà dei fatti del 24 aprile 1986, grazie a una ricerca storica e antropologica durata due anni. La miniserie, targata HBO, è infatti curata in ogni dettaglio, dall’arredamento d’interni alle acconciature, fino agli alamari sulle divise dei vigili del fuoco, così da restituire un resoconto rispettoso non solo delle vittime, ma della storia del più grande disastro ambientale mai causato dall’uomo.

2. Il costo delle bugie

Questa tensione verso la verità è incarnata dal protagonista, uno scienziato che cerca di ricostruire con metodo scientifico le cause dell’esplosione del reattore numero 4 della centrale di Pripyat. A opporglisi è l’intero apparato del Partito Comunista Sovietico, rappresentato da una serie di piccoli e grandi potentati che contemplano come unica storia possibile quella approvata dall’alto e fatta rispettare dall’onnipresente KGB, tessendo un complesso sistema di bugie e omissioni volte a minimizzare il disastro di fronte all’opinione pubblica interna ed estera. Nell’epoca della post-verità, in cui non conta se le notizie siano vere o false, ma se corrispondono o meno alle opinioni e alla convenienza, non è un caso che la Russia di Putin abbia osteggiato la serie e annunciato di avere in cantiere un film per raccontare un’altra versione dei fatti, secondo la quale l’incidente non sarebbe altro che la conseguenza di un complotto americano ordito dalla CIA.

3. Vero come la finzione

Ogni compartimento tecnico ha dimostrato un’abilità ineccepibile ai fini della credibilità storica della serie. Il lavoro impressionante del reparto trucco ha rappresentato con massima precisione gli effetti della contaminazione da radiazioni. La colonna sonora è stata composta con suoni campionati nella centrale nucleare dismessa di Ignalina (dove la serie è stata girata), così da creare un’atmosfera opprimente e verosimile. La regia si mantiene in equilibrio tra momenti emozionali (l’angosciante piano sequenza sugli addetti alla rimozione dei detriti radioattivi) ed esigenze documentarie (come le divise dei pompieri abbandonate nell’ospedale di Pripyat e poi mostrate all’interno di immagini d’archivio). Mazin stesso ha inoltre curato una serie di Podcast che costituiscono una sorta di companion app, un secondo schermo per integrare tutte le informazioni escluse dal racconto.

4. Il rosso e il nero

Come dichiarato dallo stesso Mazin, l’URSS è il villain della storia, inserito in una dinamica manichea che divide gli eroi popolari dai malvagi burocrati. Se i protagonisti hanno luci e ombre, tormentati da un passato di fedeltà al regime, i diretti responsabili del disastro sono rappresentati come odiosi e arroganti in modo grossolano.

5. Il Popolo unito

Per ogni cattivo c’è un eroe a fare da contrappeso. E quello di Chernobyl è il popolo sovietico. Seguendo l’esempio del libro Preghiera per Chernobyl (1997) del premio Nobel Svetlana Aleksievič (una delle fonti della serie), scienziati, politici, volontari e persone comuni sono messi allo stesso livello di fronte all’inferno del reattore numero 4. Ai personaggi storici si affianca così un mondo di volti anonimi, seguiti per pochi minuti e poi dimenticati dal flusso del racconto, ma non per questo plasmati con meno cura e attenzione del dettaglio, tanto nella psicologia quanto nel modo di vestirsi e di parlare.

Francesco Cirica