Voto

6.5

Un argomento tornato in voga con Once Upon A Time in Hollywood, ma forse mai davvero passato di moda: la filmografia su Charles Manson o comunque ispirata alla sua storia conta numerosi titoli, tra cui l’eccentrico Vizio di forma di Paul Thomas Anderson. Eppure Charlie Says, diretto dalla regista di American Psycho, riesce a fornire una prospettiva originale sulla vicenda, con uno sguardo interno, quasi complice, delle dinamiche interne alla follia che fu la Manson Family. La scelta di alternare due dimensioni temporali, l’una ai tempi d’oro della Famiglia e l’altra quando il sogno si è infranto, permette di entrare nel meccanismo perverso di lavaggio del cervello su cui Manson ha fondato la sua setta. Ed è per questo impossibile giudicare le tre protagoniste, condannate all’ergastolo per il coinvolgimento nei crimini organizzati da Manson, scampando per un pelo il braccio della morte.

La macchina da presa di Harron indaga le dinamiche e, soprattutto, le contraddizioni interne alla setta di Manson e ne subisce il fascino, privata completamente di ogni sorta di giudizio: è questa la chiave per dischiudere e provare a comprendere i meccanismi che hanno tenuto in piedi una comunità fondata sull’azzeramento del proprio ego, della propria individualità, della propria volontà e della propria essenza, trasformando ogni membro in un automa asservito al volere di Manson. Perché sarebbe troppo semplice additarle come dei mostri, delle assassine psicopatiche e crudeli: sono delle ragazze normali. E allora com’è potuto succedere? Come hanno potuto prendere per dogmi le assurdità che gli raccontava “Charlie”?

Al contempo, è possibile una rieducazione? L’unica via è la comprensione degli orrori commessi, dell’assurdità dei dogmi su cui hanno fondato la loro vita una volta entrate nella setta. Ma il prezzo da pagare è una presa di coscienza terribile, che schiaccia le tre ragazze sotto a un senso di colpa direttamente proporzionale alla (ri)conquista della lucidità.

Benedetta Pini