1. What follows

Quando il suo cuore smette improvvisamente di battere, Sacha (Sivan Alyra Rose) viene salvata da un provvidenziale trapianto; l’organo proviene da una coetanea apparentemente suicidatasi e sembra contenere qualcosa di malvagio che spinge la protagonista a confrontarsi con il proprio lato più oscuro. Uno spunto narrativo che arriva dal romanzo del 1920 Le mani di Orlac e che la serie traspone nel filone dell’horror d’autore contemporaneo: un vago un taglio sociale alla Jordan Peele e un parallelismo con It Follows (David Robert Mitchell, 2014). Se lì erano le periferie abbandonate di Detroit a incarnare il terrore di un gruppo di ragazzi che scopre i traumi dell’età adulta, qui sono le cittadine di provincia dell’Arizona, in cui si alternano baracche sperdute nel deserto e cattedrali di vetro e cemento; un setting straniante fotografato da luci fredde e inquietanti rallenti. Come nel film di Mitchell e nella più generale tradizione horror, anche qui l’orrore è legato a una componente fisica e sessuale: la perdita della verginità e le paure che ne conseguono diventano i catalizzatori della paura di crescere e del lato oscuro della vita che l’età adulta spalanca di fronte a chi esce dall’infanzia. 
Tanti spunti che finiscono tuttavia col perdersi in una scrittura confusa e affrettata.

2. Us and Them

Spiriti vendicativi e cimiteri che covano antiche maledizioni: la cultura dei nativi americani ha spesso fatto da sfondo alle peggiori paure del cinema horror americano. Ma Chambers sceglie di prendere una strada del tutto diversa. Sulle orme di Jordan Peele e del suo horror politico, i mostri infestano le stanze di meditazione dell’alta borghesia invece che le case proletarie della riserva. Come acutamente nota Noah Beriatsky su “The Verge”, è curioso che la serie dipinga i nativi come portatori di idee razionali, mentre i rappresentati dell’America “bianca” e benestante poggiano la loro fragile fede su un fumoso Pantheon new age che li lascia impreparati di fronte al dolore, spalancando le porte al Male. La parabola della protagonista può anche essere letta come una metafora dell’assimilazione delle minoranze nel tessuto sociale americano. Trapiantata in un’esclusivo istituto, Sacha vive il terrore di essere perdere se stessa in un mondo che non le appartiene e che non la desidera. Con il procedere della storia, infatti, i suoi comportamenti mimano quelli dei suoi nuovi compagni di classe, il suo aspetto si allinea a quello dei suoi coetanei, persino la sua pelle e i suoi occhi mutano; una chiara metafora dell’annientamento della cultura dei nativi in nome della “civiltà”.

3. High School Murder Mystery

Oltre al filone horror, Chambers cavalca la recente moda di unire mystery e teen drama. Sulla scorta di prodotti come Riverdale o Elite, la serie unisce uno sguardo pruriginoso sulla vita di una gioventù sregolata a un omicidio misterioso. La sceneggiatura, però, non sa scegliere a quale delle sue suggestioni dare priorità, finendo per creare un horror che non fa paura e un mystery incapace di appassionare. La trama stiracchiata dei 10 episodi vede, così, la povera protagonista accusare l’uno dopo l’altro i personaggi secondari in scene che si ripetono praticamente identiche. Stesso discorso vale per i momenti più macabri che, al di là di qualche sussulto da body horror, vengono annunciati in modo talmente pedissequo da smorzare ogni tipo di paura.

4. A Netflix Original series

È più conveniente un film di 90 minuti o una serie di 10 episodi? La trama diluita di Chambers farebbe propendere per la prima ipotesi, ma è pur vero che siamo nell’epoca d’oro delle serie TV e un prodotto seriale sembra suscitare più appeal e hype, oltre a tenere incollati gli spettatori più a lungo alla piattaforma di streaming, grazie anche alla presenza di grandi nomi (qui Uma Thurman). Tuttavia, tra una sottotrama teen, una horror, una mystery e una mistico-complottara alla Dan Brown, Chambers finisce per deludere le aspettative, nonostante le premesse.

5. Pink Power

L’autrice Leah Rachel ha dichiarato: “C’è un oscuro elemento legato all’adolescenza e al diventare adulti in questa storia. Il mondo non fa che cercare una categoria nella quale etichettarti. Se non rientri in nessuna di queste, ne hanno paura e non sanno come comportarsi con te”. Eppure, la serie finisce per contraddire i suoi stessi intenti, lasciando il discorso sociale sulla superficie e affidandolo a imbarazzanti dialoghi espositivi. Al contrario, i suoi personaggi restano scarsamente caratterizzati e assimilabili a una di quelle categorie che tanto spaventano la Rachel. In primis la madre (Uma Thurman) e la ragazzina bella e viziata, rispettivamente niente un soggetto che vive per la propria prole e una figura tanto desiderabile quanto fragile.

Francesco Cirica