Voto

7.5

Fin dall’origine della scrittura, in tutte le lingue del mondo, le fiabe iniziano con quel magico “C’era una volta”, un’espressione calda e rassicurante che ci avvolge immediatamente nell’atmosfera rarefatta della favola. Da quel momento in poi il racconto ci trasporta in un mondo fantastico e immaginifico che con la realtà ha poco o niente a che fare, ed è proprio questa la magia dell’arte della narrazione, scritta o per immagini. C’era una volta a… Hoollywood è la personalissima fiaba di Quentin Tarantino, con cui il regista racconta quel fatidico 1969 in cui si è chiusa definitivamente l’ultima Età dell’Oro cinematografica. Come a ogni narratore di fiabe che si rispetti, anche a Tarantino la realtà non interessa, se non come spunto di partenza per raccontare, un po’ con amore e un po’ con nostalgia, che cosa ha rappresentato per lui quel periodo e, soprattutto, che cosa stava cambiando per poi sparire per sempre.

Prima di tutto, la televisione: onnipresente nel film fin dalle primissime azioni promozionali (“Sunday on NBC”), si sta letteralmente mangiando il cinema. Un cinema semi vuoto, in cui Margot Robbie nei panni di Sharon Tate guarda l’ultimo film realmente interpretato dall’attrice prima di venire brutalmente assassinata (Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, Phil Karlson, 1969). Un cinema che si illumina la sera insieme a una miriade di altre attività che la società moderna tende a mettere sullo stesso piano, forzando l’arte del cinema a diventare solo ed esclusivamente intrattenimento informe. Un cinema che si avviava verso la Nuova Hollywood, frutto delle contestazioni e del cinema moderno di cui Tarantino evita proprio di parlare, se non attraverso la fugace presenza di Polanski.

E intanto ci si lascia alle spalle il grande cinema di genere, su tutti il western, al quale Tarantino dedica una parte del film molto consistente – forse troppo -, abbandonandosi a questo suo amore spassionato e dichiarato. Ci si lascia alle spalle anche i grandi maestri, che Tarantino omaggia con una serie infinita di camei, citazioni e riferimenti più o meno impliciti. Ci si lascia alle spalle i personaggi di DiCaprio e Pitt, costruiti in modo sfaccettato e stratificato, ultimo baluardo di quell’era, a cavallo tra cinema e meta cinema, apparenza e interiorità, set e spettatori, mentre si barcamenano tra nuove dinamiche cinematografiche che non riescono più a dominare, che gli sfuggono tra le mani allontanandosi sempre di più fino a seminarli di lì a poco.

La malinconia mortifera che serpeggia per tutto il film, al di sotto di colori sgargianti, swing sfrenato, party a bordo piscina e qualche sprazzo di ingenuità, raggiunge l’apice nella scena madre del film, sintesi ultima del discorso storico e teorico di Tarantino: la visita di Cliff (Brad Pitt) allo Spahn Movie Ranch, ora invaso, degradato e usurpato dagli hippie strafatti di acidi e ossessionati dal sesso al seguito di Charles Manson. Una metafora di che fine farà, nel giro di pochi mesi da quel febbraio 1969, il sogno illusorio di una nuova società e di un nuovo cinema. Al di là della patina ineccepibile della ricostruzione storica emerge una Hollywood ridotta al formato televisivo, in tutti i sensi, dalle dinamiche produttive alla fruizione sempre più individualista.

C’era una volta a… Hollywood non è un film storico, è lo sguardo personalissimo di Tarantino, di un cinefilo innamorato di un’arte che sta cambiando radicalmente sotto le pressioni della società postmoderna, secondo un processo iniziato nel 1969 e ora sempre più radicalizzato. E per questo il finale si distacca completamente dalla realtà: la rivisitazione storica di Tarantino ingloba la storia stessa, dimostrando la potenza del cinema di intervenirvi e riscriverla, e la violenza si fa esageratamente cartoonesca, trasportando quella scena, e così tutto il film, nella dimensione della finzione immaginaria più pura.

Benedetta Pini