Eve, Lorenzo Maria Chierici, Italia, 2019 | Sezione Ce l’ho corto

La quotidianità di una giovane donna di famiglia musulmana è messa in crisi dal ritorno dell’uomo che l’amava da impazzire ma era stato costretto ad abbandonarla tempo fa. Torna e le chiede di lasciare tutto e scappare insieme. Lei non lo ha mai dimenticato: custodisce segretamente e con gelosia ogni ricordo di una storia che per qualche istante le aveva permesso di dimenticare la difficoltà della sua situazione. Eve sprofonda così in un limbo che aveva già sperimentato, un bivio che la tira contemporaneamente verso due direzioni opposte: occuparsi del fratello malato e del padre o scappare con Frank a Buenos Aires? Se per un attimo la giovane donna riesce a librarsi oltre a ciò che la circonda e assaporare l’aria della libertà, a permanere davvero sono solo la malinconica e l’angoscia.

Humam, Carmelo Segreto, Italia, 2019 | Sezione Ce l’ho corto

Humam è un immigrato algerino costretto a dividersi tra il lavoro in un car wash e da mago di strada per poter mantenere la famiglia, lontana da lui. È proprio qualche ora prima di depositare i soldi in banca, quando si trova ancora a lavoro, che le sue paure diventano realtà: un criminale, probabilmente in fuga dopo un colpo o un omicidio, entra in macchina nell’officina, prendendo in ostaggio Humam e costringendolo a lavare le macchie di sangue sulla propria auto. Comincia quindi un ciclo di umiliazione vivido e nauseante: il suo è il colore della pelle di un uomo “nato per essere schiavo”, ridicolizzato per il suo lavoro e per la passione verso la magia. Dalla ripetitività degli insulti e le minacce con la pistola emerge la piccolezza di un uomo violento, preda del suo sfogo contro un mondo che non capisce e che non ha voglia di capire, invasato dalle proprie regole e dal potere. Rispettando e stravolgendo allo stesso tempo le unità aristoteliche, si consuma tra incubo e realtà lo spettacolo di una vita precaria che rischia di spezzarsi facilmente, la violenza contro un uomo mite e disperato.

Yousef, Mohamed Hossameldin, Italia, 2018 | Sezione Internazionale

Pochi giorni dopo l’attentato di Macerata, Yousef ottiene finalmente la cittadinanza. È nato e cresciuto in Italia, ma un pezzo di carta e un giuramento sono inutili quando il colore della pelle è un segnale più forte per chi lo circonda. Yousef è cuoco e sperimenta l’integrazione anche in cucina, provando a unire la tradizione culinaria della propria famiglia a quella italiana. Il problema del riconoscimento lo perseguita costantemente, finché una sera, tornando verso casa, assiste alla scena di uno stupro e soccorre una ragazza accasciata per terra priva di sensi, con i vestiti strappati. Yousef accorre e grida aiuto, ma nessuno lo ascolta. Finalmente una macchina si ferma e di fronte alla scena dell’uomo sopra al corpo della vittima con le mani sporche di sangue si fa indietro. Il potere drammaturgico del silenzio esplode tramite lo sguardo e la gestualità della scena: il pregiudizio ha la meglio.

Passage, Igor Coric, Serbia, 2019 | Sezione Internazionale

L’esodo di un popolo in fuga dalla violenza della guerra che sfocia in un epilogo tragico, inseguito dal proprio simile che si è fatto mostro. Rimane la certezza della tribù e scompare quella della compassione. È un ragazzino ferito a trovare i corpi dei propri cari disintegrati da una pioggia di proiettili. Urla un urlo disperato verso il cielo. Con i corpi smembrati dei suoi simili costruisce un totem dalle fattezze di lupo per sfogarsi ancora più forte contro la morte e verso la luna, ma non basta: i proiettili trapassano anche il suo corpo e la sua armatura. Dal suo cadavere si alza infine una luce pulsante che si unisce in cielo a quelle della sua gente. L’urlo straziante e l’anima di un popolo sconfitto e perseguitato popola l’universo e si trasforma nel miracolo del concepimento: è nato il figlio del mostro omicida e riparte il ciclo universale della vita e della morte. È sufficiente un mondo grigio ed esseri umani costruiti da forme geometriche per raccontare con estrema poesia la sofferenza, al di là della razionalità, del realismo e del rosso sangue.

Atarraya, Esteban García Garzón, Colombia, 2018 | Sezione Internazionale

Atarraya è il nome di un’antica rete per la pesca le cui origini si perdono nei meandri della storia. Intrappolata nelle maglie della povertà, Maryuri è di fronte a una non-scelta scelta che le stravolgerà la vita, costringendola a sottostare a un compromesso disumano per uscire dalla periferia colombiana la tiene intrappolata, da una famiglia troppo numerosa, da una madre malata che canta la morte e da un amore ambiguo per l’uomo che l’ha messa incinta. Ma non bastano la possibilità di fuga verso l’Europa o la passione per il ballo a salvarla. I sogni e le possibilità finiscono sulla spiaggia, come un pesce finito nuovamente in quella rete da cui voleva scappare.

Pietro Bonanomi