Con la trasposizione online di Ce l’ho Corto Film Festival, anche la sezione erotica e pornografica dell’iniziativa a cura di InsidePorn, Ce l’ho Porno, si è spostata nella dimensione virtuale, anticipando il festival con due talk di preview organizzati a novembre, volti a indagare la sessualità e i suoi corollari partendo dagli spunti offerti dalla letteratura e dai cortometraggi sul tema. Un confronto multidisciplinare, fondato sul terreno di incontro e ibridazione tra i due settori, per innescare nuovi punti di riflessione sulle dinamiche di potere annesse alle pratiche ti costruzione dello sguardo.

Tra gli ospiti della prima preview, la porno-attivista e transfemminista Fluida Wolf, autrice di Postporno. Corpi liberi di sperimentare per sovvertire gli immaginari sessuali (Eris Edizioni), lo scrittore Lorenzo Gasparrini, autore di Perché il femminismo serve anche agli uomini, e Antonia Caruso, editorialista ed editrice di Edizioni Minoritarie, impegnata nella pubblicazione e distribuzione di testi militanti.

Uomini e femminismo: un rapporto da costruire

Il punto su cui riflette Lorenzo Gasparrini riguarda la necessità di educare al femminismo anche gli uomini, collocati non più nel ruolo di “antagonisti del femminile”, che possono al massimo empatizzare con le discriminazioni e gli abusi subiti dalle donne in quanto donne, ma che diventino parte attiva del movimento e della lotta. “Patriarcato è una parola più complicata e ha una parte ancora più difficile da far capire agli uomini: quel sentore di colpevolezza generale che la ammanta è stato creato proprio per non far capire a che cosa si riferisce”, scrive in apertura del suo libro.

Con queste parole, Gasparrini vuole sottolineare come la confusione terminologica che avvolge la parola “patriarcato” sia un’escamotage strategicamente efficace che permettere a tale sovra-struttura discriminatoria di operare indisturbata. La preservazione dello status quo, ovvero la predominanza degli uomini bianchi occidentali cis ed etero, comporta infatti una discriminazione verso qualsiasi prototipo maschile diverso da questo, e sembra un pattern che continua ad auto alimentarsi, trovando conferma del proprio potere in una sorta di rassegnazione di fronte all’impossibilità di cambiare le cose, di proporre soluzioni concrete, di andare oltre l’indignazione passiva.

Il protagonista Foreign Body (Dušan Zoric, Serbia, 2020) è un uomo completamente soggiogato alla mentalità dominante, maschilista ed eteronormata, che subisce in modo confuso e sofferente, succube dell’ansia performativa dell’essere un “vero uomo”, come i suoi amici. Incapace di gestire questa pressione sociale, finisce con sfogarla in un rapporto sessuale molto aggressivo, che lo lascia pieno di disgusto e senso di smarrimento. In quel momento non importava la sua volontà, o ciò che il suo corpo desiderava: nel freddo di una stanza anonima, un rapporto sessuale a base di insulti e sputi (pienamente consenziente) diventa il necessario, rito di passaggio auto-imposto per sentirsi adatto al modello di uomo che la società si aspetta da lui. Ecco che emerge quanto lo smantellamento del patriarcato sia una questione che riguarda ogni singolo individuo sulla faccia della Terra, per una società finalmente libera da questo tipo di pattern, ruoli e comportamenti binari atti solo a portare avanti uno status quo che privilegia pochissimi e deteriora tantissim*.

Outercourse (Ali Kurr, Spagna, 2020) costruisce proprio una situazione di questo tipo: al rifiuto di un’attrice di video-erotismo di girare una scena di penetrazione per via di una vulvodinia, il regista reagisce infuriandosi e insultandola. Non le crede, sminuisce la patologia e la costringe a girare comunque il video. Una riflessione che solleva gli abusi e le problematicità interne all’industria del porno, soffermandosi sul confine labile tra porno etico e non.

Post Porno: l’occhio pornografico come sovversione

Fluida Wolf, attivista e performer esperta di pornografie alternative, nel suo saggio Post Porno: corpi liberi di sperimentare per sovvertire gli immaginari sessuali (Eris Edizioni, 2020) restituisce una minuziosa rassegna di pratiche, workshop, testi relativi agli ultimi sviluppi pornografia e delle performance associate. “La storia della pornografia – che definiamo mainstream o convenzionale – mostra essa stessa quali sessualità vengano al suo interno socialmente legittimate o scoraggiate, quali siano le pratiche accettabili e i soggetti rappresentabili e degni di essere sessualmente desiderabili”, scrive nelle prime pagine.

A partire da questo assunto, Mutual Masturbation (AltSHIFT, Regno Unito, 2020) si interroga sulla possibile sovversione di questo canone pornografico, spingendosi nel post-porno per trovare nuove soluzioni. Durante un rapporto sessuale di coppia mentre scorre in sottofondo un film porno sul pc, compare all’improvviso in carne e ossa l’attrice protagonista del video, che rivendica le giuste attenzioni nei suoi confronti, in quanto è anche lei parte di quel momento ed è carica di desiderio da soddisfare. La fruizione passiva della pornografia via web viene così ribaltata in senso provocatorio, smascherando le dinamiche gerarchiche insite nella costruzione dello sguardo.

Lo sguardo, quello che secondo Bataille è l’arma per eccellenza del profano e di chi si addentra nei meandri della morte e dell’amore come un chirurgo nei corpi anestetizzati, è lo stesso strumento che innesca l’eros al cinema, che stabilisce ciò che possiamo o non possiamo a vedere, che consente o nega l’accesso al sesso. A Meeting (Giuseppe Lanno, Italia, 2019) indaga proprio questo: la funzione dell’occhio e del corpo, declinata nell’incontro sessuale tra due sconosciuti, entrambi appassionati di filmaking ma senza avere alcun tipo di informazione privata l’una sull’altro, una conoscenza tra carni, prima ancora che tra menti e persone. Una dinamica oggi normalissima, amplificata dagli effetti della pandemia: conoscersi virtualmente, tramite un social network o un’app di dating, parlare in un paio di chat e passare all’incontro, dove il desiderio e la carnalità prevalgono sulla conoscenza di persona. It Was Like That in the 90’s (Christian Schneider, Brasile, 2020) riflette proprio sulle dinamiche legate al cybersesso, partendo da come una coppia a distanza degli anni ’90 poteva re-immaginare il proprio rapporto con la nascita di internet e la possibilità di comunicare in tempo reale tra continenti diversi. Il subitaneo e geniale frame finale sgretola questa potenziale favola: sullo schermo compare il famigerato errore 404, proprio a un attimo dall’orgasmo.

La studiosa di politica contemporanea e cyber-femminista Luciana Parisi, in Abstract Sex: Philosophy, Bio-Technology and the Mutations of Desire (2004) riflette su come molti studi nel suo stesso campo di ricerca si concentrino sulla paura che la digitalizzazione del sesso e la diffusione capillare di esperimenti inorganici, avviatasi dagli anni ’90 in poi, possa soppiantare il corpo carnale femminile, agevolando così l’obiettivo del patriarcato di togliere ogni legittimità alla donna, e dunque ogni potere. Il paradosso è che questo sesso digitalizzato comporta anche una liberazione del corpo femminile dal dovere della riproduzione e dai limiti biologici della madre come partoriente. Così, Parisi arriva a introdurre l’idea di “Sesso Astratto”, una terza via che superi i connotati sessuati dei corpi e includa esseri ibridi, non umani, persino batteri, restituendo dignità ad ogni forma vivente anche in quanto sessualizzata e desiderante.

Il porno come superamento del binarismo di genere

Antonia Caruso, scrittrice e attivista transfemminista, dopo gli studi di cinema, fotografia e semiotica a Roma e Bologna entra come editorialista in Edizioni Minoritarie, il cui sito presenta una dichiarazione di intenti fin dalla home: “Edizioni Minoritarie è una casa editrice antifascista, antisessista, antirazzista, autoprodotta, trans/femminista. Ci muoviamo tra il prosaico e l’immaginario, tra il mostruoso e il politico”.

Ed è nello stesso ambito che si muove Alessandro Dal Lago con Divenire Invertebrato: dalla grande scimmia all’antispecismo viscido (AA. VV, Ombre Corte, 2020). Il libro riflette su come la figura del mostro affascini l’uomo fin dal Medioevo, il cui immaginario è popolato di esseri a più teste, con il volto innestato nello stomaco, da esseri considerati innaturali e immondi, come donne barbute o con più seni. Così il corpo femminile che non rientra nella norma diventa immediatamente mostruoso, oltramondano, alieno.

Mes Chéris (Ethan Folk, Ty Wardwell, Jamal Phoenix, Germania, 2020) racconta in forma docu-porno l’esperienza di Jamal, ragazzo trans che sta per sottoporsi a una mastectomia, e decide di dire addio a questa parte del corpo per lui ormai aliena tramite un rapporto sessuale incentrato sul proprio seno. La deumanizzazione della persona trans, la paura di consentire come legittimo il momento della transizione, la valanga di stereotipi e pregiudizi sono tutt’oggi ancora parecchio presenti. Chi non si adegua al mondo binario diviso in maschile e femminile, chi sfugge a questo confine o pretende di poterlo varcare, diventa “mostro”, in quanto rende manifesto ciò che si vorrebbe occultare, diviene incarnazione del proibito, legittima le fantasie proibite di chi ha accettato passivamente una società chiusa e censurante.

Federico Squillacioti