Giovani, creatività e porno d’autore: sono queste le parole chiave di Ce L’ho Corto Film Festival, manifestazione incentrata sui cortometraggi che quest’anno è arrivata alla sua terza edizione. Dopo una seconda edizione trasferita interamente online a causa della pandemia, il festival organizzato dall’associazione culturale Kinodromo torna quest’anno adottando una forma ibrida, che permette di seguire il festival in presenza ma anche in streaming.

Dal 24 al 28 novembre 2021 Ce L’ho Corto Film Festival ha preso vita in una nuova location, il TPO di Bologna, storico centro colturale emiliano, rendendo disponibili i contenuti anche online sulla piattaforma OpenDDB. Tra 5 le cinque categorie in concorso, ne compare una del tutto nuova: Video Killed The Radio Star, dedicata ai videoclip, che si aggiunge ai cortometraggi brevi del programma Ce L’Ho Corto, ai cortometraggi internazionali della categoria Kinocorto, ai corti animati della sezione Animazione e al porno d’autore di Ce L’Ho Porno.

Ritratto in piccoli pezzi, Leonardo Migliaretti, Italia, 2021 | Ce L’ho Corto

“Non si può cogliere l’intera vita di un uomo in sole due ore, il massimo che si può sperare è di darne una buona impressione.” Questa citazione di un noto sceneggiatore del secolo scorso, riassume perfettamente l’obiettivo di questo cortometraggio. Una serie di immagini statiche di oggetti iconografici tracciano i contorni della vita di una persona qualsiasi, simpaticamente appellata anonimamente come Mister Professore. Il corto trasuda l’ispirazione alla regia di Mike Mills, e il risultato è qualcosa di unico e intimo. Un buon montaggio e un’ottima sceneggiatura fanno di quest’opera a costo zero un racconto degno di essere ascoltato o, meglio, guardato.

Aunt, Tumi Valdimarsson, Islanda, 2020 | Ce L’ho Corto

A casa della bambina protagonista è in visita la zia: un’energica ventenne dai capelli blu con piercing e tatuaggi – tutto ciò che possa dare segno di stravaganza. Il rapporto tra di loro è ottimo, quello tra mamma e zia un po’ meno. La bambina scopre che la zia nasconde un segreto, qualcosa che non solo farebbe arrabbiare mamma, ma che metterebbe la zia nei guai con la legge. Denunciare o scegliere il silenzio? Sarà della giovane protagonista la scelta finale… Qui è una fotografia particolarmente studiata ad elevare una storia semplice ma di impatto.

Sunshine, Martino Aprile, Italia, 2020 | Ce L’ho Corto

Lui e lei sono rinchiusi in casa da 8 giorni perché il Sole è stato dichiarato dannoso alla salute (non è un caso se vi dovesse ricordare il nostro contesto sociale contemporaneo). Quando giunge la notizia del via libera, però, lui mente a lei – che è americana e non conosce l’italiano – traducendole erroneamente l’annuncio radiofonico. L’intento di lui è, infatti, quello di passare più tempo possibile con lei. Nasce così uno scambio di battute comico, ironico e surreale che si conclude con un plot twist inaspettato ma che, improvvisamente, dona un senso a tutta la narrazione. Si sa che una macchina fotografica non fa il fotografo e nel caso di questo corto vale lo stesso: la semplicità delle attrezzature usate per le riprese passa in secondo piano grazie ad una sceneggiatura che si dimostra di una qualità notevole e di una simpatia esorbitante. Non è un film che si scorda facilmente! 

Jihad Summer Camp, Luca Bedini, Italia, 2021 | Kinocorto

Questo corto sposa uno stile documentaristico per raccontare un evento collegato al terrorismo islamico internazionale accaduto nell’estate del 1994 in una polisportiva di Modena. Il fatto è collegato in particolare all’attentato dell’11 Settembre 2001, e viene raccontato direttamente dagli stessi protagonisti della vicenda. Il risultato è interessante e molto coinvolgente grazie anche al ritmo e ad un montaggio accattivante che connette interviste, immagini di repertorio, documenti e illustrazioni grafiche. Il risultato è un contrasto efficace sottolineato anche da un’impostazione narrativa seria VS la colonna sonora leggera, che sottolinea l’assurdità di un evento al limite del grottesco.

Marlon Brando, Vincent Tilanus, Olanda, 2020 | Kinocorto

Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2020 durante la Settimana della Critica e al Toronto International Film Festival, Marlon Brandon racconta con estrema delicatezza il rapporto quasi fraterno tra un ragazzo e una ragazza entrambi omosessuali, messo però a dura prova dai rispettivi progetti per il futuro e dalle nuove priorità che la fine dell’adolescenza porta con sé. Intimo e toccante, tratta con estrema naturalezza una tematica delicata, quanto mai attuale e necessaria: la ricerca di se stessi, anche a livello sessuale, e l’importanza di avere qualcuno con cui identificarsi e condividere le proprie difficoltà. Alternando momenti di staticità – con macchina da presa fissa – ad altri più dinamici a seguire le azioni dei due protagonisti, la regia sposta gradualmente la focalizzazione sui sentimenti di uno dei due, portando l’immedesimazione ai massimi livelli.

The cloud is still there, Mickey Lai, Malesia, 2020 | Kinocorto

Già in concorso in diversi festival internazionali, tra cui il prestigioso Busan international Film Festival, questo intenso cortometraggio semi-autobiografico d’esordio presenta il punto di vista di una giovane ragazza di fede cristiana che si oppone ai rituali taoisti della famiglia pregando in segreto al capezzale di suo nonno in stato terminale. Toccando temi profondi come la morte, la perdita di un caro e la salvezza dell’anima di un defunto, la regista mette in scena lo scontro tra la figlia e la madre, un contrasto generazionale e tra due religioni differenti con un montaggio alternato crescente che sfocia nella drammatica e potente sequenza centrale.

Draining (Vidange), Guillaume Chevalier, Francia, 2021 | Kinocorto

Tensione e paura sono gli elementi principali di questo cortometraggio immerso nella suggestiva ambientazione di un lago, circondato da montagne, nel quale un gruppo di pescatori viene attaccato da una presenza oscura e maligna che li trascina nelle profondità. Presente tra le righe della narrazione anche una forte critica sociale, legata al licenziamento sconsiderato di personale e alla conseguente nascita di competizione tra i lavoratori, questo crescendo di angoscia lascia lo spettatore incollato allo schermo per capire chi dei protagonisti riuscirà a salvarsi dall’orrore che vive negli abissi – una creatura che risulta terrificante e minacciosa anche se lasciata sempre fuori campo, giocando così in maniera efficace con il non-visto, l’off-screen. La narrazione però risulta incompleta, come se si trattasse di una sequenza all’interno di un film horror con qualcosa prima e dopo che manca rispetto a quello che effettivamente riusciamo a vedere.

Stephanie, Leonardo Van Dijl, Belgio, 2020 | Kinocorto

Una critica chiara e forte all’abitudine degli adulti di caricare con troppa responsabilità e aspettative i bambini negli sport solo per vanto e soddisfazione propria, senza preoccuparsi dell’impatto negativo che questo comportamento può avere sulla vita dei più piccoli. Stephanie ha solo undici anni e ha vinto un premio internazionale di ginnastica artistica, è già considerata da tutti la futura campionessa del Belgio ma non è felice come dovrebbe essere, anzi, è soffocata dalla pressione e dallo stress sia psicologico che fisico. La macchina da presa insiste sui primi piani della piccola protagonista anche quando non ci sono dialoghi, a scavare nella sua interiorità, per cercare di capire quello che prova o pensa realmente, per leggere il suo vero stato d’animo tenuto nascosto agli occhi degli altri per paura di deludere chi crede così tanto in lei.

Branka, Ákos K. Kovács, Ungheria, 2021 | Kinocorto

Ambientato nella Jugoslavia del 1991, durante gli orrori della guerra che ha distrutto il paese, questo cortometraggio è la testimonianza degli strani eventi accaduti, troppo spesso, durante quei terribili anni. Tutto è mostrato attraverso gli occhi dell’omonima protagonista. Branka, che inizia a lavorare in ospedale nel reparto di Ostetricia, iniziando a notare cose inquietanti e sospette – come la sparizione dei neonati. Ma quello che a prima vista sembra un crimine atroce può invece rivelarsi un atto d’amore e di altruismo se visto da un altro punto di vista. La protagonista si trova così davanti a un problema etico e a una difficile scelta. Cortometraggio capace di avere completezza e alta qualità in soli 20 minuti, non avendo così niente da invidiare a un lungometraggio sia per ambizione narrativa che per realizzazione. 

Coo-Coo, Svetlana Belorussova, Russia, 2021 | Kinocorto

La complessa quotidianità di Dasha, giovane biologa, ruota attorno al suo dottorato di ricerca su una specie di foche del lago Baikal. L’amore sconfinato di Dasha per gli animali, tuttavia, rende la sua supervisora scettica circa l’obiettività della ragazza, costringendola più volte a rimettere mano al proprio lavoro. Dasha, ad aggravare la situazione, non trova pace nelle mura domestiche: la madre, fortemente cattolica, impone alla figlia delle lunghe sessioni di preghiere notturne, privandola del sonno giorno dopo giorno. Ecco messo in scena il conflitto per eccellenza della storia dell’umanità, quello cioè tra scienza e religione, ragione e fede. Una lotta che grava sulle spalle della protagonista e che la tocca nel profondo: la fede religiosa della madre e quella volta allo studio e difesa delle altre vite per Dasha, non hanno infatti distinzioni; ciò che varia è il soggetto a cui entrambe rivolgono la propria devozione. Così, il museo di animali imbalsamati in cui studia e lavora Dasha assume le sembianze di un luogo di culto al pari dell’altare domestico a cui è costretta a rivolgere le proprie preghiere ogni notte, e il volatile imbalsamato che custodisce nella propria camera da letto si fa oggetto sacro, quasi liturgico. Nel delirio finale che la pervade, Dasha scivola in un vortice di follia (“coo-coo”, appunto), immaginando sé stessa nuda davanti ai propri interlocutori, come un’Eva cristiana immersa in un defunto giardino dell’Eden.

E Vissero, Aldo Verde, Italia, 2021 | Kinocorto

Colorato e irriverente, E Vissero cerca di raccontare il desiderio di emancipazione tipico della Generazione Z. Attraverso il dialogo tra i due protagonisti, Felice e Contento, il corto affronta diverse tematiche: dal feticismo sessuale all’omosessualità, dal pregiudizio ai tabù che pervadono la società dei boomer. Ciò che emerge è una presa di posizione nei confronti dell’indole a volte contraddittoria degli zoomer, che per primi arrancano di fronte alle medesime libertà che professano come inderogabili: i due protagonisti (si) ripetono quasi come un mantra quanto l’espressione della propria sessualità costituisca un diritto inviolabile, e come le generazioni precedenti sbaglino nel rigettare quelle istanze ritenendole non canoniche. Ma quando si tratta di loro stessi, della loro libertà sessuale e del loro coming out, Felice e Contento non riescono ad essere altrettanto onesti e impavidi. In un continuo e impacciato tentativo di approcciarsi affettuosamente l’uno all’altro, i due protagonisti riescono a lasciarsi andare e coronare l’amore che da sempre li lega, purché – attenzione – resti un segreto. Ma è solo nei minuti finali che il regista presenta allo spettatore il tabù finale, in un plot twist avvincente e provocatorio che rimescola le carte in tavola, lasciandoci con questa presa d’atto: i tabù sono frutto della società ma, in fin dei conti, la società siamo noi. Quindi, non ci resta che chiederci quale sia il limite che non osiamo oltrepassare… E perché proprio quello?

Techno, Mama, Saulius Baradinskas, Lituania, 2021 | Kinocorto 

Nikita ama la musica techno e sogna di raggiungere il padre a Berlino per visitare il famoso club Berghain. Il ragazzo deve però fare i conti con la violenta e distaccata madre-padrona, donna incapace di empatizzare con i propri figli e totalmente priva di capacità genitoriali. Attraverso il formato 4:3 e una texture pastosa, questo corto si distingue per una forte vena underground, dove su ogni aspetto gravita la retorica del contrasto: il silenzio dittatoriale della quotidianità tra le soffocanti mura domestiche si contrappone alla potenza della musica techno ascoltata da Nikita, in un ballo sfrenato e liberatorio; i pochi dialoghi dalla cadenza monotona, trovano negli scatti d’ira dei personaggi il loro opposto; così come la palette che, passando dal rosso saturo degli abiti di Nikita al blu intenso degli abiti della madre, ne demarca l’intramontabile abisso emotivo. Quest’opera non solo mette in scena un rapporto abusivo, ma racconta due generazioni che non trovano il modo di amarsi, semplicemente perché nessuno ha insegnato loro come si fa.

Schianti, Tobia Passigato, Italia, 2021 | Kinocorto

La protagonista del corto è una cittadina sulle Dolomiti che, come molte altre tra il Veneto e il Trentino, è stata colpita nel 2018 dalla cosiddetta tempesta Vaia – disastro naturale che ha portato alla distruzione decine di migliaia di foreste alpine. “Milioni di camion sfracellati dal vento, migliaia di ettari di bosco rasi al suolo. Gli alberi abbattuti, in italiano i cosiddetti Schianti, si allungavano a perdita d’occhio, come un infinito gioco di shanghai” dice il regista, che attraverso i racconti di Silvano, Elsa, Cristina, Vitale, Lucia e Ginetta porta sullo schermo l’immenso vuoto che la notte tra il 28 e il 29 ottobre ha lasciato nei cuori di un’intera collettività. Ciò su cui si focalizza il corto è proprio il rapporto viscerale, fraterno che intercorre tra la foresta e la comunità che la circondava: un dare e avere reciproco, non solo di materie prime, ma anche e soprattutto di amore, cura e rispetto. La foresta viene descritta come un’entità, la cui essenza va ben oltre la sua dimensione fisica, concezione che trova nella scelta del bianco e nero espressione ideale. Discostandosi da una rappresentazione didascalica del bosco con i suoi colori e le mille sfumature, questa scelta permette allo spettatore di superare la soglia riduttiva della materia per concentrarsi invece su ciò che essa simboleggia, tra la sofferenza della perdita e la dolceamara consapevolezza che un giorno, seppur lontano, quella natura tornerà a vivere – pronta per essere amata dalle generazioni future.

Baby, Evie Snax, Germania, 2018 | Ce L’ho Porno

Con questa visione siamo invitati lentamente – oltre che in una danza – a una maggiore esplorazione del nostro corpo, quello strumento che quotidianamente viene chiuso all’interno di paradigmi di genere e di sesso. C’è la proposta di scavalcare certe delimitazioni imposte da un sistema che, al giorno d’oggi non è più un grado di comprendere né di contenere le numerose e diversificate sfumature che il corpo umano può vivere – ed essere. Masturbazione e flora sono parti dello stesso universo, così come tutte le identità che dovremmo essere liberi di manifestare. Baby è un invito alla bellezza e un nutrimento alla diversità.

Rubber, altSHIFT, Inghilterra, 2020 | Ce l’ho porno

Il lavoro di questə due registə si presenta fin da subito direttamente esplicito in quello che è l’utilizzo consapevole dei sex toys, spesso condannati da una cultura retrograda che li vede come nemici e non alleati di letto. Bisogna ricordarsi che sono strumenti che appartengono da sempre a molte società e che spesso sono utilizzati, in maniera erronea, come strumenti terapeutici – ad esempio come cura all’isteria. Inoltre, il corto mette chiaramente in luce quelle che potrebbero essere le dinamiche di un rapporto omosessuale, con la volontà di ricordare ancora una volta a tutto il pubblico l’importanza dei preservativi e del sesso che abbia alla base il rispetto reciproco e la sicurezza. Lontano dalle sole pratiche porno, è altamente avanguardistico.

Mensplaining, Ann Antidote, Germania, 2021 | Ce l’ho porno

Oggi le mestruazioni sono il lusso che tutte le donne sono obbligate a permettersi. Sono quel momento che, molto spesso, le bambine devono vivere quasi come un rito d’iniziazione che le condanna all’età adulta. Ma sono anche motivo di vergogna o disgusto per chi si dimentica come quel sangue sia l’unico sangue vitale e non proveniente da violenza, guerra e morte: anzi, un sangue che è inevitabilmente legato alla vita in quanto necessario per procreare. Con questo corto si ha la possibilità di indagarlo da vicino, di sentire ogni goccia battere contro il suolo e rilasciare un’eco di visibilità, di realtà, andando contro quella visione paternalistica che caratterizza invece, appunto, la fastidiosa pratica del mansplaining.

L’Amour en Plan, Claire Sichez, Francia, 2021 | Animazione

Dopo venti anni di matrimonio, Carine e Fabrice vivono una vita piuttosto abitudinaria insieme al figlio Simon. Carine si occupa dei lavori domestici, mentre Fabrice guarda continuamente la televisione. Ognuno occupa il proprio spazio, senza che i loro sguardi si incrocino mai. Un giorno però Carine, stanca dell’indifferenza del marito, decide di costruire un muro di mattoni così da dividere la casa in due: da una parte sarebbero cucina e camera da letto per sé, dall’altra il salotto e una stanza per il marito; la cameretta del figlio a metà, dotata di due porte separate ad entrambe le parti della casa. Queste due parti della casa non riescono ad essere illuminate contemporaneamente e questo problema scatena i litigi tra i due coniugi, mentre Simon diviene sempre più invisibile agli occhi dei genitori, arrivando a decidere di murarsi all’interno della sua stanza. Attraverso questo atto, Fabrice e Carine si rendono conto che i loro problemi di coppia non possono portarli a ignorare i bisogni del figlio e che in una famiglia è importante allo stesso modo l’apporto affettivo di entrambi i genitori.

Granny’s Sexual Life, Urška Djukić & Émilie Pigeard, Francia/Slovenia, 2021 | Animazione

Questo corto descrive lo status sociale e nello specifico il modo in cui vivevano la sessualità le donne slovene nella prima metà del XX secolo; per farlo, si basa sulle testimonianze anonime raccolte da Milena Miklavčič nel libro Fire, Ass and Snakes are not Toys. La miglior virtù che una donna potesse avere, a quel tempo, era essere tranquilla e non proferire parola. Non avevano nessun diritto, non lavoravano e dovevano solamente essere delle casalinghe obbedienti in grado di dare piacere al marito e periodicamente anche dei figli. Anche quando la moglie non voleva fare sesso, il marito riusciva sempre ad ottenere ciò che voleva, picchiandola e frustandola, e se il dolore era insopportabile per alleviarlo si doveva usare lo strutto come lubrificante oppure ci si ubriacava preventivamente. Nessuno, chiaramente, poteva parlare del piacere delle donne… anche per via della Chiesa (i preti consideravano cattive mogli le donne che non rimanevano incinte per più di due anni, implicando che accadesse perché non davano piacere ai loro mariti). Le due registe, unendo stop-motion e ritratti di donne, trattano del possesso e della strumentalizzazione del corpo femminile attraverso un linguaggio visivo ironico.

Horacio, Caroline Cherrier, Francia, 2020 | Animazione

Durante i suoi anni di prigionia, Guillaume ha dimenticato il motivo per cui aveva ucciso Horacio; se ne ricorda nel momento in cui, estinta la pena, tornato a casa dalla madre, questa inizia ad urlare. A quel punto Guillaume ricorda che anche la vittima del suo omicidio stava urlando troppo forte. La madre comunque non colpevolizza mai il figlio, anzi lo tratta come un bambino… il loro rapporto ci mostrerà come il disagio di Guillaume nei confronti dell’intensità del tono di voce è dato dal suo prestare attenzione solo quando lei adotta il linguaggio dei segni per comunicare con lui. Tutto il corto è pervaso da un elemento ambiguo, una sorta di rete formata da una sostanza vischiosa di colore rosa che il protagonista vede per la prima volta quando entra in carcere. Quando poi Guillaume sente urlare la madre, questa rete, emblematicamente, si spezza.

Dye it gold, Emby Alexander, Stati Uniti, 2021 | Video Killed The Radio Star

Deserto di Sonora, Arizona, USA. Cristo è crocifisso ad un cactus mentre una ragazza alla guida di un furgoncino investe all’improvviso una creatura spaventosa dalle fattezze di uno scimpanzé. Capiamo fin da subito che questo video musicale vuole proiettarci in un mondo surreale e blasfemo, in cui tutto sembra essere una continua ricerca, forse di un Dio perduto che pare mutarsi in senno perduto. La canonica immagine della croce diventa quindi un cactus, una nuova fede, della quale la ragazza brama la ricerca sin dall’inizio, com’è possibile capire grazie al ciondolo che dondola sullo specchietto retrovisore e che stringe ripetutamente tra le dita, quasi in venerazione. Alla fine questa nuova versione di Personal Jesus viene scovato e, una volta liberato, risorge in una danza attorno ad un falò al calar della sera: God diventa finalmente Gold.

The Sailor, Federico Borghesi, Regno Unito, 2020 | Video Killed The Radio Star

Se è vero che il sogno è una seconda vita, immaginate di abbandonarvi per un attimo ed entrare nella mente di un bambino, magari il voi stessi di anni fa, ed iniziare a fantasticare, immaginando di fare il lavoro dei vostri desideri e la persona che vorreste diventare da grandi… Ecco, benvenuti in questo video musicale, che ci proietta in un mondo tutto onirico dove sintetizzatore e pizzichìo di chitarra scandiscono le veloci sequenze del viaggio nella mente di un bambino un po’ cresciuto. Vediamo allora un 45enne che vagheggia su una sua ipotetica vita da marinaio. “Io non ho fatto la guerra / io non ho sofferto abbastanza / mi sono perso nel sonno / viaggio troppo nel niente”: queste le parole che incorniciano il breve ritratto di quest’uomo, e che non sono altro, in realtà, che un grido di una generazione persa nel vuoto, schiacciata dal peso del non essere e non aver vissuto abbastanza. Forse il sonno, il fantastico e l’oblio sono le uniche vie di fuga.

Saturn, Bill Denbrough, Mallard, Italia, 2021 | Video Killed The Radio Star

Ispirato alla missione spaziale Cassini-Huygens, la prima che nel 2004 atterrò su Titano, il più grande satellite di Saturno; spaziale, cosmico, ultradimensionale: siamo completamente proiettati su un’altra orbita, quella di Saturno e dei suoi satelliti. La distorsione delle immagini e la infinitezza dei suoni ci trasportano in quell’atmosfera ultraterrena che tenta di riprodurre non solo il viaggio verso un Pianeta, ma anche gli stessi suoni captati dalla sonda e spiegati poi dal soggetto del videoclip nel suo breve monologo. Siamo all’interno di una vera e propria tempesta spaziale, tra scariche elettromagnetiche che si trasformano in rumori di un ambiente quasi asettico e futuristico. Ci si ritrova in un’atmosfera sospesa a mezz’aria che tenta di riprodurre Titano con le sue chiare luci, e l’intimità della notte del cielo stellato rinchiuso nella sua figura affacciata alla finestra. Vaghezza, solitudine, sogno.

Black sheep, Gianvincenzo Pugliese, Italia, 2021 | Video Killed The Radio Star

“Siamo pecore nere / Gente spietata”. Così si presenta questo video musicale, ovvero in quanto rivendicazione delle proprie origini; ma anche grido di forza e resilienza di una famiglia del sud Italia, abituata ad affrontare la vita con amaro sudore, coraggio e dignità. Gli occhi autentici e duri dell’anziano capofamiglia ci accompagnano lungo immagini oniriche del territorio bruno e genuino delle vie di Cetraro, piccolo paese di mare ad ovest della Calabria. I temi trattati sono l’attaccamento alla famiglia, all’amore come “luce verde nel buio” (chiaro riferimento al grande Gatsby) e come fuga dalla galera del mondo, dagli ordini, dagli obblighi, nonché la volontà di credere che un’alternativa sia possibile per far cessare questo continuo senso di vuoto.

A perdere, Viola Mancini, Italia, 2021 | Video Killed The Radio Star

Un tuffo nei ricordi di una Rimini del 1963, una pellicola sbiadita, un tesoro nascosto in un vecchio attico rimasto seppellito per 55 anni. Ecco cosa rievoca questo video attraverso vecchie sequenze un po’ appannate, dando loro una nuova e originale vita come fossero messe al mondo dalla fantasia di un bambino. Un gioco d’animazione fatto di disegni e scarabocchi infantili che esaltano e si fanno beffa delle immagini tratte da un’amatoriale ripresa familiare in una calda estate romagnola. Ed è con questa semplicità che le parole aleggiano tra i ricordi, tra la malinconia di un passato perduto ed un senso di vuoto, solitudine e perdita.