Dopo anni di rassegne e la prima edizione del festival nel 2019, Ce l’ho Corto conferma ogni anno la sua capacità di offrire una selezione eclettica e curiosa, che punta a valorizzare la pluralità di voci presenti all’interno del panorama contemporaneo del cortometraggio.

Nel programma di quest’anno, fruibile online dal 25 al 28 novembre, nelle sezioni Ce l’ho Corto e Animazione è riscontrabile un filo conduttore che descrive quelle che verosimilmente potrebbero essere le ossessioni dei cineasti del domani. In molti dei film selezionati, il rapporto fra l’uomo e la macchina smette di avere un semplice significato utopico per tingersi di sfumature diverse, che spaziano dalla sessualità alla morale. La scoperta di Mandico e la (ri)scoperta di Fassbinder influiscono inoltre sull’estetica delle nuove opere.

Slegati da una serie di dinamiche che gravano sui lungometraggi, i corti conservano ancora un’irriducibile libertà creativa e produttiva, che li rende una boccata d’aria fresca all’interno di un mondo cinematografico ultra professionale e competitivo. Ecco la nostra selezione da Ce l’ho Corto Film Festival:

Braise de Nuit, Laurent Saint-Gaudens, Francia | Ce l’ho Corto

Estremamente derivativo dal cinema di Bertrand Mandico, Rainer Werner Fassbinder e Max Ophüls, il cortometraggio di Saint-Gaudens non riesce a imporsi su questi riferimenti visivi, rimandone schiavo. L’ultima notta edonistica di una coppia di vampiri viene rappresentata abusando di una regia fortemente espressionista e opulenta, che mira a rappresentare un’esistenza fatta di eccessi e di contravvenzioni alle norme imposte dalla società borghese. Ma questi vampiri non sono altro che un simulacro di coloro che si sono chiusi in un’utopia destinata a non durare.

Animali, Elisabeth Wilke, Germania | Ce l’ho Corto

La ricostruzione di un mondo magico all’interno di un contesto metropolitano privo di ogni possibilità immaginativa. Questo è l’obiettivo, raggiunto, del documentario. Sequenze in stile documentaristico che illustrano i vagabondaggi della protagonista nella Roma periferica si alternano a immagini che evocano il mondo magico nato dalla fervida immaginazione della bambina, basate su contrasti visive sonori. Il risultato è un ritratto onesto di un quartiere popolare attraverso le persone che lo abitano, senza cadere in cliché neorealisti o garroniani.

Não te amo mais, Yasmin Gomes, Brasile | Ce l’ho Corto

Le principali metropoli del mondo stanno perdendo la loro identità, trasformandosi gradualmente in enormi dormitori per chi è alla ricerca di un’occasione, di un futuro migliore. Il corto mira a rappresentare i pensieri e le preoccupazioni quotidiane degli abitanti della città, concepita come un contesto svuotato di ogni particolarità. San Paolo, in questo caso, viene sottratta dal suo immaginario visivo, per certi versi stereotipico, e analizzata con lenti del tutto diverse. Così risalta la monotonia delle vite dei personaggi; una sensazione facilmente condivisibile.

Si proches, Clémentine Chapron,Francia | Ce l’ho Corto

Catturare l’immagine residua del passato è un’operazione resa possibile solo dalla macchina cinematografica. Questo assunto, già riscontrabile nel cinema delle origini, è alla base di numerose opere sperimentali fin dagli anni trenta del Novecento. Chapron realizza un cortometraggio che offre un’istantanea nello spazio e nel tempo di un incontro, dove ricordi e sentimenti si trasformano in elementi visivi. Un tema personale e unico indebolito da una ricerca eccessivamente estetizzante e conformista, che riprende in modo evidente le geniali intuizioni di Bertrand Mandico.

Afkørsel, Celia Scheij, Danimarca | Ce l’ho Corto

Il contrasto fra due mondi agli antipodi viene messo in scena attraverso lo scontro generazionale di un padre e di una figlia. Una dualità amplificata da una parte dalla mobilità della protagonista, decisa ad abbandonare il proprio paese per trovare la felicità in Olanda, e dall’altra dalla staticità del padre, che ha sempre lavorato nello stesso luogo e proprio per questo non riesce a comprendere la figlia.

Patrioten Sterben Nicht, João Prado, Germania | Ce l’ho Corto

In un mondo globalizzato, le istanze progressiste (o presunte tali) si espandono velocemente, attecchendo in tutto il mondo a prescindere della cultura e delle convenzioni sociali preesistenti. Lo stesso avviene con le teorie del complotto, il populismo e i negazionisti, che in ogni piazza del mondo si presentano come i rivoluzionari illuminati, a differenza degli altri cittadini, considerati sciocche pecore al soldo dei governi. Alla fine, non fanno altro che ripetere slogan uguali in tutto il mondo, senza rendersi neanche conto di essere proprio loro quelli manipolati. L’analisi di questo fenomeno sociale permette di individuare le dinamiche alla base di queste folle: uno spirito patriottico e nazionalistico legato a un leader politico e non allo stato, morale conservatrice, appartenenza alle fasce sociali meno abbienti.

Searching for the Perfect Gentleman — An Investigative Journey, Lena Windisch, Germania | Ce l’ho Corto

Non è la prima volta che viene realizzato un corto interamente online, utilizzando piattaforme come Google Maps o Facebook. Ma l’unicità di questa opera risiede nel motore narrativo: l’ossessione della regista per un poster di un barbiere visto a Marsiglia, che innesca un viaggio attraverso l’Africa, la Germania, la Francia e il Belgio, in quella che poco alla volta diventa una vera indagine giornalistica. Dietro a queste premesse umoristiche si nasconde la decostruzione critica della società inevitabilmente interconnessa.

Bedsore, Parin Intarasorn, Tailandia | Ce l’ho Corto

Opera prima sperimentale, affronta il contrasto quotidiano fra il mondo materiale e quello spirituale, reso attraverso un flusso continuo di immagini evocative. Come molti cortometraggi dello stesso genere, gran parte del fascino di questo corto deriva dalla sua ambiguità, che lo apre a una molteplicità di interpretazioni personali da parte dello spettatore. Tuttavia, il regista inserisce alcune linee guida visive che indirizzano la visione su determinati punti fermi facilmente comprensibili, come il contrasto fra il caos della città e la pace della natura, o la sovrapposizione tra le immagini di edifici urbani periferici a quelle di demolizioni.

K CADDOO, D. Chainn, Italia | Ce l’ho Corto

Divertente cortometraggio con protagonista Kane Caddoo, che racconta sé stesso e la propria arte senza mai prendersi sul serio. Un progetto perso nel tempo e nello spazio che cerca di allontanare i nostri pensieri dall’emergenza sanitaria in corso. L’arte, quindi, come terapia. Interessante l’approccio del regista al materiale d’archivio, trattato come se fosse una vecchia registrazione di qualche programma informativo venuto degli anni Novanta: una scelta stilistica ben ponderata che dona all’opera un carattere visuale definito che non scade mai nello stereotipo della vaporwave e della retrowave.

Bussi, Baba, Bahare Ruch, Austria | Ce l’ho Corto

Se in Heimat Is a Space in Time (2019) Thomas Heise rifletteva sul passato prossimo della propria famiglia grazie all’ausilio di una poderosa quantità di lettere e lasciti scritti, il cortometraggio diretto da Bahare Ruch fa la stessa operazione, ma sfruttando gli oggetti comuni della vita quotidiana. Questi elementi, spesso dimenticati nelle ricostruzioni del passato, diventano essenziali in questo contesto, in quanto simbolo di un’infanzia rovinata da una madre violenta e da un padre vittima. Partendo da uno spunto autobiografico, il cortometraggio affronta argomenti come la violenza sui minori o sul partner con grande raffinatezza e riservatezza. Un’opera onesta e dolente. Un’autrice da tenere d’occhio.

Awkward, Nata Metlukh, USA | Animazione

La semplicità dell’idea segue la semplicità dello stile. Una rassegna di momenti imbarazzanti che sono capitati a chiunque almeno una volta nella vita, specialmente in un contesto cittadino. Nata Metlukh si concentra su questi eventi dimenticabili, donandogli potenza e senso. Dal comune impaccio quotidiano scaturisce così una comica riflessione su come l’individuo non sia in grado di rapportarsi all’ignoto. L’unica possibilità è il ricorso a convenzioni prestabilite, nel tentativo estremo di preservarsi dalla vergogna.

Riviera, Jonas Schloesing, Francia | Animazione

Attraverso impeccabili animazioni tradizionali Riviera confonde lo spettatore, lo inganna visivamente e lo sconvolge con un colpo di scena finale che garantisce una rilettura dolorosa e pregnante dell’intero cortometraggio. Protagonista assoluto è il signor Henriet, che in un assolato pomeriggio di agosto combatte la noia spiando i suoi vicini. Il suo mondo è fatto di ricordi, incubi e morte graduale, in un contesto così pacifico e solitario da risultare terrorizzante. La quiete viene sconvolta dall’irruzione di una giovane ragazza, che scombina tutte le carte in tavola.

The Mecanorgans, Libéral Martin, Francia | Animazione

Un esperimento visivo che unisce l’enciclopedismo impossibile del Codex Seraphinianus di Luigi Serafini e le sperimentazioni visive del Pianeta Selvaggio (1973) di René Laloux. Il mondo fantascientifico di Libéral Martin è popolato da strani esseri composti da una parte meccanica e una organica, che vivono in un microcosmo vibrante di pericoli. Astutamente, la presentazione di queste nuove creature avviene seguendo un preciso ordine di grandezza, che aumenta esponenzialmente la curiosità. Un’idea ambiziosa e ricca di inventiva, capace di sfruttare e svecchiare uno stile vintage che ha ancora parecchio da dire.

Nevada, Guillermo Daldovo, Argentina | Animazione

I modelli open source di videogiochi messi a disposizione gratuitamente online sono sviluppati a un livello talmente alto che si possono utilizzare per realizzare cortometraggi animati. Ed è questo che fa Nevada, anche grazie all’abilità del regista di sfruttare il feeling tipico dei videogame sparatutto in prima persona, attraverso l’uso massiccio di soggettive e movimenti di macchina virtuali.

Pračka, Alexandra Májová, Repubblica Ceca | Animazione

Il cortometraggio descrive il complesso rapporto tra uomo e macchina nell’ambito quotidiano, anche alla luce degli effetti della quarantena. Di fatto, l’uomo non può sottrarsi alla macchina, rappresentata dalla lavatrice, che come un magnete diventa la protagonista di tutti i momenti privati e sociali dell’individuo. L’apoteosi di questa dipendenza è celebrata dalla continua unione carnale fra l’uomo e la lavatrice e dalla gelosia che prova il protagonista quando diventa consapevole di essere stato tradito con l’idraulico. Ovviamente questa non è, e non può essere, l’unica lettura possibile dell’opera, che rimane irriducibilmente ambigua.

Sheep, wolf and a cup of tea, Marion Lacourt, Francia | Animazione

Quello ricreato da Marion Lacourt è il mondo onirico dell’infanzia, in cui i piccoli dettagli della vita familiare vengono trasformati dalla fantasia in uniche quanto inquietanti visioni magiche. Gioca a favore dell’opera la scelta felice di riprendere lo stile dei libri illustrati per l’infanzia, in particolare da Il paese dei mostri selvaggi illustrato da Maurice Sendak, unendole alle atmosfere uniche di opere come Twin Peaks o Rusty Lake. Grazie a questa atipica fusione, nel corto sono presenti sia le invenzioni favolistiche e giocose legate al mondo dell’infanzia, sia le inquietudini del mondo degli adulti, in un immaginario visivo che assume l’aspetto di un rito iniziatico, del passaggio graduale dall’infanzia all’adolescenza.

#21xoxo, Sine Özbilge e Imge Özbilge, Belgio | Animazione

I millennial sono i boomer del domani, ed è vero. La critica del corto è alla nuova comunicazione di massa, nichilista e superficiale, che ha permeato anche i rapporti sentimentali, ormai fagocitati dalle app di dating. Tra riferimenti sterili a Roy Lichtenstein e Frida Kahlo, suggestioni visive già viste e riflessioni banali sul ruolo dei social nella modernità da una parte, e nostalgia degli anni Novanta misto a vaporwave dall’altra, il film rischia il cortocircuito nel far dialogare così due controculture ideologicamente agli antipodi e già ampiamente snaturate nel panorama mainstream.

Bear with me, Daphna Awadish, Paesi Bassi | Animazione

Una riflessione sull’amore a distanza dall’approccio intimista e documentaristico. I soggetti, rappresentati come orsi, raccontano le loro esperienze e il loro dolore, nella speranzosa attesa della felicità futura. Un cortometraggio apolide, né un documentario né un’animazione, che utilizza tecniche combinate, risultando inafferrabile e indefinibile.

Davide Rui