Voto

7

Ci sono sempre state due Americhe. Quella dei palazzoni che si stagliano verso il cielo e quella della natura incontaminata; quella del progresso sfrenato e quella degli umili valori della working class. Futuro e tradizione, esito di una sfiducia nelle istituzioni che tocca il suo apice nell’attuale era Trump, ma che ha origini lontane. Lo aveva raccontato anche Michael Moore in Fahrenheit 11/9, indagando il disastro ambientale dell’acqua di Flint in Michigan – ombra scura sulla presidenza Obama. Inserendosi nella crescente produzione che ambisce all’impegno civileThe Report, Il diritto di opporsi, Richard Jewell -, il film lo incarna questa volta nella figura di Robert Biliot, uno straordinario Mark Ruffalo che deve molto alla tenacia di Michael Rezendes de Il caso Spotlight.

Siamo negli anni Novanta. Rob, un avvocato specializzato nella difesa di industrie chimiche, riceve la chiamata di un agricoltore perché indaghi su una cospicua moria di vacche a Parkersburg, nel West Virginia, che è il posto in cui è cresciuto e dove si trova ancora parte della sua famiglia. Il sospettato di aver contaminato le acque della zona è uno dei suoi clienti principali, il colosso DuPont. Da paladino della chimica, Rob si trova ad affrontare un conflitto interiore che è prima di tutto una battaglia etica col proprio io. Il meccanismo di risveglio della propria coscienza è irreversibile, e proprio come in Take Me Home, Country Roads – una delle ballate più famose della country music – il destino di Robert si lega a quello della sua terra, tanto da decidere di dedicarle 19 anni della sua vita in una stremante guerra giudiziaria.

Silenzioso, chiuso, intimo, il cinema di Todd Haynes affronta il legal drama incentrandosi sull’universo psichico dei personaggi, mantenendosi in equilibrio tra melodramma (il conflitto, il sacrificio del tempo tolto alla famiglia), e i canoni mainstream hollywoodiani. Cattive acque inizia come Lo squalo, trasmettendo la sensazione di un thriller-horror in cui si aggira una minaccia invisibile, prosegue come un film d’inchiesta anni Novanta (da Soderbergh a Mann) e ha quello slancio di denuncia della migliore tradizione documentaristica americana. Una storia a stelle e strisce che offre spunti di riflessione universali.


Angela Santomassimo