Quella di Nanni Moretti non è mai stata una figura semplice da comprendere. Personalità controversa e pezzo unico di cinema italiano e mondiale, è il massimo esponente di un’intera generazione di cineasti post-sessantottini (come quella descritta con tagliente (auto)ironia in Ecce Bombo), che durante gli anni di piombo si erano ritrovati incapaci di farsi carico, portandolo avanti e sviluppandolo, di quel fuoco rivoluzionario che aveva infiammato i loro predecessori. Una generazione non più in grado di rapportarsi con il proprio passato, da un lato rinnegando i padri, dall’altro faticando a riconoscersi in un chiaro e deciso modo di fare cinema. Quello di Nanni Moretti è un cinema fatto di messaggi complessi trasmessi con un linguaggio immediato e diretto, un cinema indipendente da ogni regola da manuale, un cinema ribelle, rivoluzionario e politico ma allo stesso tempo malinconico e straordinariamente umano.

Ed è proprio questo cinema che, dopo un breve e nostalgico revival nel mese di agosto con una IGTV in cui il regista percorreva le strade di Roma con la sua vespa ormai iconica, torna in sala con Caro Diario (1993), distribuito in versione restaurata dalla Cineteca di Bologna a partire dal 12 ottobre. La pellicola è un sagace e disilluso affresco cinematografico e umano diviso in tre episodi, in cui il regista smette di essere Michele Apicella per diventare Nanni Moretti.

È forse questo “cambio di identità”, o meglio, questa messa in scena di un’identità autentica (quella del regista e non più di Michele Apicella) che ha reso così importante e seminale un film come Caro Diario. Ma facciamo un passo indietro: perché la scelta di smettere di recitare una parte per infilarsi nei panni di sé stesso? Nanni Moretti non è stato certamente il primo autore a mettere in scena la propria vita con straordinaria potenza espressiva. Prima di lui c’è stato il grande Federico Fellini, che ne I Clowns (1970) era riuscito ad accentuare ancora di più la componente autobiografica delle sue opere, entrando di persona all’interno dell’inquadratura mentre faceva ciò che sapeva fare meglio: cinema. Per molti versi, è stato simile l’approccio anche del più recente Poesia senza fine (2016), firmato dal cileno Jodorowsky: un viaggio tra situazioni e personaggi onirici, tra ricordi e fantasie mai vissute, tra caricature di personaggi esistiti e coreografie tanto spettacolari quanto surreali.

La scelta di raccontare la propria vita non riadattandola come qualsiasi altra storia costruita, interpretata da attori e nomi fittizzi, ma mettendo in scena se stessi, con il proprio nome e il proprio volto, accomuna tutti e tre questi titoli. Rappresentare sé stessi tramite sé stessi sembra derivare dalla volontà di adottare uno sguardo esterno, invece che interno, perché parlando del sé si parla meglio dell’altro e, più in generale, della propria società e del proprio tempo.

Caro Diario (così come I Clowns e Poesia senza fine) è infatti un film sulla memoria – i ricordi dell’uomo, la storia della città, la memoria cinematografica -, e per parlare della memoria rendendola autentica e concreta è necessario un personaggio portatore di memoria quanto più autentico e concreto possibile. Ed esiste qualcosa di più concreto di un regista che si pone davanti all’obiettivo della sua macchina da presa con la propria persona e identità?

Col tempo, Caro Diario è ormai un classico. Il cinema di Nanni Moretti, ai tempi incapace di identificarsi in qualunque corrente, ha fatto scuola a sé, e torna nelle sale con un tempismo straordinariamente pertinente. I nostri sono gli anni in cui una nuova generazione di cineasti si ritrova soffocata da un sistema incapace di garantire continuità a talento e prodotti di qualità, dove gli autori effettivamente in grado di andare oltre al titolo d’esordio (salvo eccezioni) sono ben pochi. Nanni Moretti si impegna attivamente da anni per contrastare questi meccanismi e sostenere i giovani autori esordienti, facendosi portabandiera di un cinema davvero indipendente e ribelle, da salvaguardare e incentivare.

Chiara Ghidelli