Voto

8

Un’aura dal forte sapore nineties si solleva sin dalla prima nota del brano d’apertura Fill In the Black, a metà strada tra un sound tipicamente strokesiano e la spontaneità punk-rock (più punk che rock) degli Ultravox ai tempi di Ha! Ha! Ha! (1977). Ma nella seconda traccia i Car Seat Headrest cambiano le carte in tavola: è un preludio psichedelico a introdurre gli inebrianti suoni noise-rock di Vincent, denso di feedback e distorsioni. Così, nel giro di sole due tracce la band americana tradisce un certo narcisismo nel dare prova del proprio talento miscelando un meltin’ pot di ritorni – canonici riff di chitarra, distorsioni ed effetto lo-fi – a fugaci colpi di scena.

Due in particolare sono i momenti in cui la dimessa spettacolarità di Teens of Denial raggiunge l’acme: la strumentale finale di Not What I Needed, che “transustanzia” il caos in un suono garante della liberazione dal trambusto interiore anche per le anime più tormentate, e la lunghissima The Ballad of the Costa Concordia, un’affascinante composizione orchestrale che svela in sunto l’abilità dei Car Seat Headrest di cucire sonorità disparate in composizioni equilibrate e coerenti. Il pezzo, infatti, è scandito da tre momenti musicali differenti: una cullante ballata malinconica che si trasfigura in un caotico brano punk-rock e un elettronico suono simile a quello di un carillon che rimanda al dolce malumore d’inizio traccia.

Fatta eccezione per qualche interludio noioso tra un brano interessante e l’altro, questa giovane indie-rock band ha davvero colpito nel segno: Teens of Denial è una delle fatiche discografiche più appaganti dei Car Seat Headrest.

Federica Romanò